Svizzera
Coalizione contro l’allentamento proposto delle regole svizzere sulle esportazioni di armi
Una coalizione di 28 partiti e organizzazioni ha lanciato la sua campagna contro le modifiche proposte per facilitare le esportazioni svizzere di armi. In vista della votazione del 29 novembre, gli oppositori definiscono il progetto immorale e contrario all’Ucraina.

La votazione del 29 novembre deciderà quanto controllo politico resterà sulle esportazioni di materiale bellico. Il 12 ottobre, a Berna, una coalizione di 28 partiti e organizzazioni ha lanciato la propria campagna, definendo «immorali» e «contrarie all’Ucraina» le modifiche proposte alla legge sul materiale bellico.
L’alleanza riunisce partiti di sinistra, il Partito evangelico svizzero, Caritas, il Gruppo per una Svizzera senza esercito, Justitia et Pax e la Commissione della Conferenza dei vescovi svizzeri. Secondo i suoi membri, il progetto indebolirebbe le garanzie che il Parlamento e la società civile si sono battuti per istituire.
Il referendum è il risultato di una disputa politica sull’industria svizzera della difesa, la neutralità e il ruolo del Paese nel sistema di sicurezza europeo. I sostenitori delle modifiche sostengono che le norme attuali rendano i produttori svizzeri meno competitivi e limitino la cooperazione con partner stranieri. Gli oppositori affermano che la soluzione proposta conferirebbe all’esecutivo un margine eccessivo per autorizzare le esportazioni.
La campagna della coalizione si sposterà ora dalle sale stampa di Berna ai cantoni. Gli elettori valuteranno una misura che potrebbe incidere sulle vendite di armi, sui trasferimenti di armamenti e sulla pretesa della Svizzera di rispettare il diritto internazionale. Il risultato metterà inoltre alla prova la fiducia del pubblico nel compromesso raggiunto dopo il ritiro, nel 2021, di una precedente iniziativa della società civile.
Ampliare il margine di manovra del governo
Secondo gli oppositori, la legge proposta ripristinerebbe le esportazioni dirette verso Paesi coinvolti in guerre civili. La coalizione afferma che le modifiche eliminerebbero i criteri di esportazione per 36 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e l’Argentina. Ha definito la misura un «assegno in bianco» per governi accusati di ignorare la democrazia e i diritti umani.
In base al progetto, il Consiglio federale potrebbe derogare agli obblighi di autorizzazione in «circostanze eccezionali» o quando le esportazioni fossero nell’«interesse della Svizzera». Il parlamentare socialista Fabian Molina ha affermato che questi motivi sono troppo vaghi e ridurrebbero la capacità del Parlamento di esaminare le decisioni delicate.
La coalizione contesta anche una norma sui trasferimenti che consentirebbe a un cliente che acquista armi in Svizzera di inviarle in seguito a un altro Paese. Molina ha dichiarato che la Svizzera sarebbe l’unico Paese in Europa ad adottare una simile prassi. Il materiale di riferimento non illustra nel dettaglio l’intero testo legale del progetto né l’interpretazione del governo di ogni disposizione, perciò la campagna referendaria si concentra in larga misura sulle garanzie che verrebbero meno.
Alicia Giraudel, di Amnesty International, ha affermato che la disputa va oltre le licenze commerciali. Ha collegato la votazione alla credibilità della Svizzera in materia di diritti umani, Stato di diritto e diritto internazionale, inserendo le decisioni sulle esportazioni nel più ampio dibattito sulla politica estera del Paese.
Seguire la destinazione delle armi
Secondo gli oppositori, in base alle nuove regole sui trasferimenti le armi svizzere potrebbero arrivare in Sudan o in Israele ed essere utilizzate a Gaza. Martina Weber, membro della direzione di Caritas, ha affermato che le decisioni sulle esportazioni hanno conseguenze per la popolazione civile, gli sfollamenti forzati e i movimenti di rifugiati.
L’argomentazione della coalizione si fonda sulla possibile catena che collega un’autorizzazione svizzera al successivo impiego sul campo di battaglia. Se un acquirente può trasferire il materiale a un altro Paese, sostengono i promotori della campagna, le autorità svizzere avrebbero meno controllo sulla destinazione finale delle armi e sul loro impiego. Citano il Sudan e il conflitto a Gaza come esempi dei rischi che, a loro avviso, il progetto comporta.
Lisa Mazzone, presidente dei Verdi, ha affermato che le aziende non dovrebbero trarre profitto dalle guerre civili e dalla persecuzione delle popolazioni. Ha inoltre accusato l’industria degli armamenti di essere tornata a battersi per regole più permissive dopo il ritiro della cosiddetta iniziativa correttiva.
Il dibattito ha un peso particolare in Svizzera, dove la neutralità ha tradizionalmente influito sulle decisioni relative alle esportazioni militari. All’inizio del 2026 il governo ha allentato le regole per sostenere un’industria che rischiava di essere esclusa da alcuni segmenti del mercato europeo della difesa. La votazione di novembre stabilirà se questo orientamento avrà una base legale più ampia.
Mettere l’Ucraina al centro
L’Ucraina resterebbe esclusa dall’allentamento proposto, una disposizione che gli oppositori definiscono calcolata sul piano politico. Secondo la coalizione, l’eccezione è stata concepita per accontentare l’Unione democratica di centro (UDC) e i produttori di armi, lasciando però l’Ucraina fuori dal nuovo quadro delle esportazioni.
Questa posizione riflette una tensione più ampia nella politica svizzera. La Svizzera è stata sollecitata a sostenere la cooperazione europea in materia di difesa, preservando al contempo la propria neutralità e mantenendo il controllo sulla riesportazione di materiale prodotto nel Paese. L’industria svizzera della difesa sostiene che le norme restrittive rendono più difficile partecipare alle catene di approvvigionamento internazionali e concorrere per ottenere commesse.
Gli oppositori respingono l’idea che le preoccupazioni industriali debbano guidare la legge. Marc Jost, del Partito evangelico svizzero, ha ricordato il compromesso raggiunto nel 2021, che ha contribuito a convincere la società civile a ritirare una precedente iniziativa. Ha presentato quel compromesso come un accordo fondato sulla fiducia, ora a rischio.
La presenza nella coalizione di organizzazioni religiose e gruppi umanitari amplia la campagna oltre la sinistra tradizionale. Gli organizzatori presentano il referendum come una prova per capire se le ragioni economiche e di sicurezza possano prevalere sui controlli alle esportazioni consolidati. Nelle settimane che precederanno l’invio delle schede di voto, il governo e l’industria dovranno difendere le proprie argomentazioni.
Portare la disputa alle urne
Gli elettori dirimeranno la disputa il 29 novembre, al termine di una campagna incentrata sul controllo, sulla credibilità e sulla sopravvivenza dell’industria. L’alleanza degli oppositori sostiene che il progetto attribuirebbe al governo poteri di deroga troppo ampi e consentirebbe alle armi di passare attraverso gli acquirenti per raggiungere conflitti in Paesi terzi. È probabile che i sostenitori mettano l’accento sulle esigenze dei produttori svizzeri e sui limiti imposti dalle norme attuali alla cooperazione nel settore della difesa.
Il referendum mostrerà inoltre come i cittadini svizzeri valutano la neutralità rispetto al crescente coinvolgimento del Paese nei dibattiti sulla sicurezza europea. Una bocciatura manterrebbe il quadro attuale e continuerebbe a chiedere all’industria degli armamenti di operare entro condizioni politiche più rigorose. Un’approvazione conferirebbe al governo un mandato più ampio per autorizzare le esportazioni e gestire le deroghe, nel rispetto dei dettagli delle disposizioni esecutive.
Per la coalizione, la campagna offre l’occasione di collegare le licenze d’esportazione di armi alle conseguenze umanitarie e alla reputazione internazionale della Svizzera. Per i sostenitori del progetto, la votazione deciderà se il quadro legale sia ancora adeguato a un mercato della sicurezza in evoluzione.
La prima grande prova arriverà alle urne. Fino ad allora, il dibattito referendario a Berna verterà sull’estensione dei poteri dell’esecutivo, sull’affidabilità dei controlli sulle riesportazioni e sul posto dell’Ucraina nella politica svizzera di difesa.