Settore bancario
UBS manifesta un sostegno riluttante al compromesso patrimoniale
I vertici di UBS hanno manifestato un sostegno riluttante a un compromesso parlamentare che permetterebbe di computare le obbligazioni AT1 per soddisfare una parte dei nuovi requisiti patrimoniali, in vista di una votazione decisiva sulla riforma bancaria svizzera.

UBS ha dato un via libera riluttante al dibattito svizzero sui requisiti patrimoniali, pochi giorni prima del voto dei parlamentari. Il CEO Sergio Ermotti e il presidente Colm Kelleher hanno entrambi indicato che un compromesso parlamentare che permetta di computare le obbligazioni AT1 per soddisfare una parte dei nuovi obblighi patrimoniali di UBS sarebbe sopportabile per la banca. Nessuno dei due dirigenti sostiene apertamente la proposta.
Il Consiglio degli Stati dovrebbe votare il 23 settembre 2026, nella prossima fase di una battaglia legislativa su come la Svizzera debba regolamentare la sua maggiore banca. La decisione contribuirà a determinare quanto capitale proprio UBS dovrà detenere a fronte del valore delle sue filiali estere, una questione diventata più urgente da quando UBS ha rilevato Credit Suisse nel 2023, nell’ambito di un’acquisizione d’emergenza organizzata dal governo svizzero.
UBS ha ripetutamente respinto come troppo costoso il progetto di legge del governo. Le sue ultime dichiarazioni suggeriscono che la banca potrebbe moderare la campagna contro la riforma se i parlamentari scegliessero il compromesso sulle AT1. Ciò potrebbe influenzare un dibattito che coinvolge il Consiglio federale, il Parlamento, gli investitori e un’opinione pubblica ancora intenta a valutare i rischi di una UBS più grande. La decisione del Consiglio degli Stati non concluderà il processo, ma definirà l’orientamento politico della legge definitiva.
I parlamentari valutano tre opzioni patrimoniali
Il piano del governo porterebbe dal 60% al 100% la copertura patrimoniale richiesta per le filiali estere di UBS. Secondo la proposta presentata dal Consiglio federale, UBS dovrebbe coprire l’intero valore di queste unità estere con capitale primario di classe 1, detto CET1, detenuto dalla casa madre svizzera.
Il CET1 è la forma più solida di capitale bancario, perché è composto in larga misura da capitale azionario e utili non distribuiti. Le obbligazioni AT1 occupano una posizione diversa nella struttura patrimoniale. Possono assorbire perdite in determinate condizioni, ma sono strumenti di debito e prevedono generalmente il pagamento di cedole. Il compromesso della commissione del Consiglio degli Stati permetterebbe di coprire con obbligazioni AT1 fino alla metà del requisito proposto del 100%.
I parlamentari devono quindi scegliere tra tre opzioni. Possono sostenere l’approccio del governo, che prevede il 100% in CET1, appoggiare un piano distinto che fissa il requisito al 90%, oppure approvare il compromesso sulle AT1, che mantiene un requisito nominale del 100% ma consente un uso limitato di questi strumenti. Il governo ha respinto la soluzione sulle AT1. Il voto mostrerà se il Parlamento dà la priorità a una maggiore riserva di capitale proprio o a un adeguamento meno gravoso per UBS.
Gli investitori calcolano il costo
Secondo le stime degli analisti di RBC, se il piano del governo per una copertura integrale diventasse legge, l’utile per azione di UBS diminuirebbe del 10%. Questa cifra spiega perché la banca abbia condotto una lunga campagna pubblica contro le regole proposte e perché gli investitori seguano da vicino l’iter parlamentare.
Requisiti patrimoniali più elevati costringerebbero UBS a trattenere più capitale o a raccogliere fondi aggiuntivi, riducendo le risorse disponibili per distribuzioni, acquisizioni e altri impieghi. L’impatto preciso dipenderebbe dalla legge definitiva, dai tempi di attuazione e dal trattamento degli strumenti patrimoniali. Nell’ultima intervista Ermotti non ha indicato un rapporto patrimoniale ideale.
Il CEO ha dichiarato che indicare una cifra preferita potrebbe far sembrare che il Parlamento abbia semplicemente seguito le istruzioni di UBS. Ha descritto il contesto politico come «UBS contro tutti», segno della difficile posizione occupata dalla banca dopo il salvataggio di Credit Suisse. L’acquisizione ha aumentato le dimensioni di UBS e rafforzato le argomentazioni a favore di una maggiore riserva in grado di assorbire le perdite. Ha anche lasciato la banca a difendere i propri rendimenti e la propria competitività dalle richieste di maggiore protezione avanzate da autorità di vigilanza e politici. Per gli azionisti, il voto del 23 settembre è un primo indicatore del costo potenziale del nuovo regime svizzero per le banche di rilevanza sistemica.
Il salvataggio continua a plasmare le regole
L’acquisizione di Credit Suisse resta alla base politica della riforma dei requisiti patrimoniali. All’inizio del 2023 UBS ha accettato di rilevare la rivale in difficoltà con un’operazione d’emergenza orchestrata dal governo svizzero, che temeva che il fallimento di Credit Suisse potesse innescare una crisi finanziaria più ampia e danneggiare la reputazione della Svizzera quale piazza finanziaria.
Il salvataggio ha creato una banca con un bilancio più ampio, una presenza internazionale più estesa e conseguenze potenziali maggiori per l’economia svizzera in caso di difficoltà. Il requisito del 100% in CET1 proposto dal Consiglio federale riflette questa preoccupazione. Le autorità vogliono che UBS detenga più capitale di elevata qualità presso la casa madre svizzera, dove potrebbe contribuire ad assorbire le perdite che interessano le filiali estere.
UBS sostiene che l’approccio del governo imporrebbe un onere tale da indebolire la competitività della banca. I suoi dirigenti non hanno sposato il compromesso del Consiglio degli Stati, ma l’uso della parola «sopportabile» segna il passaggio da un’opposizione netta a un’accettazione condizionata. A Berna questa distinzione conta. Un compromesso potrebbe attenuare lo scontro, mantenendo al contempo un requisito formale più elevato di quello attuale. Potrebbe anche lasciare irrisolta la questione più ampia di quanto rischio la Svizzera debba accettare da una banca globale con sede nel Paese.
Il voto apre la prossima battaglia
Il voto del 23 settembre aprirà una nuova fase di negoziati, senza chiudere la partita sulla legge. Il Consiglio degli Stati deve scegliere tra la proposta del governo, l’alternativa del 90% e il compromesso sulle AT1, prima che la misura prosegua il suo iter legislativo in Svizzera. Le regole definitive potrebbero ancora cambiare quando le due Camere concilieranno le rispettive posizioni e il governo prenderà posizione.
Per UBS, la posta in gioco immediata riguarda l’allocazione del capitale, gli utili e la struttura del bilancio. Per la Svizzera, la questione va oltre i risultati trimestrali di una singola banca. Una base di capitale proprio più solida potrebbe ridurre l’esposizione del settore pubblico in caso di una crisi futura, mentre un compromesso potrebbe limitare le pressioni competitive e finanziarie legate al piano più esigente del governo.
Ermotti ha affermato che la proposta sulle AT1 rappresenterebbe comunque un colpo, anche se UBS sarebbe in grado di assorbirlo. La valutazione analoga di Kelleher indica che i vertici della banca considerano il compromesso preferibile all’approccio del governo, che prevede il 100% in CET1. Il loro sostegno riluttante offre ai parlamentari la possibilità di rivendicare un esito negoziato, lasciando però intatto il nodo centrale: quanto capitale deve detenere in Svizzera una banca globale, dopo che il Paese ha contribuito a evitare il collasso di Credit Suisse?