banche
La Svizzera inasprisce la regolamentazione bancaria dopo l’analisi di UBS
Il governo svizzero annuncia requisiti patrimoniali più severi e misure di vigilanza rafforzate per le banche di rilevanza sistemica, mentre UBS si oppone alle modifiche proposte.

L’era della vigilanza indulgente è finita. Con una mossa decisa che ha scosso Paradeplatz, il Consiglio federale ha presentato un nuovo e rigoroso quadro normativo per la stabilità bancaria, che impone a UBS un onere considerevole di 23 miliardi di dollari. Dopo il tracollo di Credit Suisse nel 2023, il governo non chiede più stabilità: la pretende.
Il fulcro di questa riforma normativa è un netto aumento dei requisiti patrimoniali per le banche di rilevanza sistemica. UBS, oggi l’unico gigante bancario globale in Svizzera, deve rafforzare le proprie difese a livelli senza precedenti. Il messaggio del governo è chiaro: in futuro i contribuenti non dovranno più pagare il conto dell’irresponsabilità aziendale. L’iter legislativo è appena iniziato, ma la portata dell’aumento di capitale proposto segnala un cambiamento fondamentale nei rapporti di forza tra Berna e il settore bancario. Non si tratta di un semplice ritocco normativo, bensì di una protezione dell’economia svizzera dallo spettro delle banche «too big to fail».
Chiudere la via di fuga delle filiali estere
Per anni, le filiali estere hanno rappresentato il tallone d’Achille delle banche svizzere, una vulnerabilità che il crollo di Credit Suisse ha messo brutalmente in luce. Ora il Consiglio federale intende chiudere definitivamente questa via di fuga. In base alle nuove regole, le società madri dovranno dedurre dai fondi propri di base il 100% del valore contabile delle loro filiali estere.
Si tratta di un cambiamento radicale rispetto al sistema attuale, che consente una capitalizzazione parziale: una scappatoia che permetteva di fatto alle banche di assumersi rischi all’estero contando su una rete di sicurezza in patria. Imponendo la deduzione integrale, il governo vuole garantire che una crisi a New York o a Londra non trascini con sé la società madre svizzera. La logica è spietata, ma necessaria: le perdite all’estero devono restare all’estero. Questa separazione strutturale mira a proteggere l’economia svizzera dal contagio globale, costringendo UBS a isolare i propri rischi internazionali come mai prima d’ora. Sta finendo l’epoca in cui la stabilità svizzera sovvenzionava la volatilità estera.
La Finma mostra i denti
Per troppo tempo i critici hanno deriso l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), accusandola di abbaiare senza poter mordere. Questa narrazione sta per cambiare. La proposta del Consiglio federale conferisce alla Finma l’arma che le è mancata finora: il potere di infliggere multe direttamente.
A questa facoltà sanzionatoria si affianca il mandato di intervenire prima e con maggiore incisività. Ma il colpo più diretto alla cultura bancaria è l’introduzione di un rigoroso regime di responsabilità. Le banche dovranno documentare esplicitamente chi è responsabile di cosa. Niente più riparo dietro le ombre della burocrazia quando le cose vanno male. Se una divisione fallisce, il dirigente responsabile dovrà risponderne. Questo passaggio verso la responsabilità individuale mira a squarciare il velo societario, affinché la «cattiva gestione» abbia un volto, un nome e un prezzo.
La stretta sui bonus: niente più compensi senza conseguenze
La cultura che privatizza i guadagni e socializza le perdite è direttamente sotto attacco. Il governo ha rinunciato a vietare del tutto i bonus, temendo che ciò facesse semplicemente aumentare gli stipendi fissi e i costi rigidi, ma ha introdotto i controlli sulle retribuzioni più severi della storia svizzera. Le quattro banche di rilevanza sistemica, UBS, Postfinance, Raiffeisen e ZKB, dovranno introdurre periodi di blocco obbligatori per i bonus.
Ancora più importante, le nuove regole introducono il recupero dei bonus. Se le decisioni di un dirigente portano a condotte scorrette o a instabilità finanziaria, la sua remunerazione variabile non viene soltanto annullata: può essere recuperata anche dopo il pagamento. Questo sistema di «malus» allinea la situazione finanziaria personale dei banchieri alla sopravvivenza a lungo termine del loro istituto. Impone una scelta netta: gestire i rischi responsabilmente oppure vedere svanire il patrimonio accumulato. Il messaggio ai vertici è inequivocabile: il paracadute dorato ora ha dei vincoli.
Una lunga battaglia: UBS si prepara allo scontro
UBS non ha intenzione di arrendersi senza combattere. Il gigante bancario ha già definito eccessive le proposte, avvertendo che i requisiti patrimoniali potrebbero costarle 1,3 miliardi di dollari all’anno e ridurne notevolmente la competitività a livello globale. Con una possibile lacuna patrimoniale di 23 miliardi di dollari da colmare, la banca si prepara a una dura battaglia di lobbying durante la consultazione, prevista per questo autunno.
Ma si tratta di una maratona, non di uno sprint. La tabella di marcia delle riforme si estende molto nel futuro: l’attuazione inizierà nel 2027 e il pieno rispetto delle regole potrebbe non essere richiesto prima del 2036, ben 13 anni dopo la crisi di Credit Suisse. Mentre UBS chiede indulgenza per restare un gigante globale, il governo svizzero dà la priorità alla salvaguardia del Paese. Con l’avvio della consultazione, la tensione tra il mantenimento di una piazza finanziaria di primo piano e la garanzia di una sicurezza assoluta segnerà il prossimo decennio della politica economica svizzera.