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Swiss Observer

I musei svizzeri si confrontano con l’eredità dei resti umani dell’epoca coloniale

Il rimpatrio in Cile di tre persone indigene Kawésqar costringe i musei svizzeri a confrontarsi con un’eredità dell’epoca coloniale che comprende almeno 4’000 resti umani e con il ruolo di ricercatori e collezionisti svizzeri nella scienza razziale.

AI21 settembre 2026Il nostro processo editoriale
I musei svizzeri si confrontano con l’eredità dei resti umani dell’epoca coloniale
AISWI swissinfo.ch

Tre antenati Kawésqar lasciano Basilea per il Cile, riaprendo una riflessione nazionale sull’eredità coloniale della Svizzera. Il 10 settembre 2026, il Cantone di Basilea Città ha restituito i resti durante una cerimonia nel Parlamento cantonale. Alla cerimonia hanno partecipato dieci membri della comunità indigena, insieme a Francisco González, direttore della Fondazione Pueblo Kawésqar, e a rappresentanti del Museo di storia naturale di Basilea.

Basil Thürig, codirettore del museo, ha chiesto scusa ai discendenti. Ha dichiarato che i resti erano stati utilizzati in ricerche razziali che trattavano le persone come oggetti e contribuivano a legittimare gerarchie razziste e violenze coloniali. Le scuse riguardavano una storia che va oltre una singola istituzione. I musei svizzeri conservano ancora almeno 4’000 resti umani risalenti all’epoca coloniale.

Per la comunità Kawésqar, il rimpatrio restituisce la possibilità di dare sepoltura ai propri antenati e di ristabilire un legame familiare. González ha descritto il processo come un percorso di dignità e guarigione. Ha anche riconosciuto la distanza che separa chi ha commesso questi atti da chi oggi è chiamato ad affrontarli. «Siamo eredi di una storia che ci unisce», ha detto.

La cerimonia ha dato visibilità pubblica a una questione a lungo confinata negli inventari dei musei: chi ha l’autorità di conservare resti umani e come dovrebbero reagire le istituzioni quando le loro collezioni sono state costituite in condizioni di forte disparità di potere?

I 4’000 resti conservati nei depositi svizzeri

Secondo le ricerche disponibili, nelle collezioni dei musei svizzeri sono ancora conservati almeno 4’000 resti umani. La cifra comprende ossa e altri resti raccolti durante l’epoca coloniale e in seguito depositati in musei, collezioni universitarie, archivi e raccolte private. La loro presenza mette in discussione l’immagine a lungo coltivata dalla Svizzera di un Paese estraneo al colonialismo, perché non ha mai governato un impero oltremare.

L’antropologo culturale Konrad Kuhn afferma che questa visione ignora i legami economici, scientifici e sociali della Svizzera con l’espansione coloniale. Ricercatori, commercianti e collezionisti svizzeri viaggiavano attraverso le reti coloniali e contribuivano a creare collezioni per città, cantoni e società culturali. I musei si facevano concorrenza per ottenere reperti, mentre ulteriori materiali arrivavano da donazioni di persone legate alle istituzioni.

Kuhn descrive una convinzione borghese nella legittimità del colonialismo, rafforzata da teorie scientifiche che classificavano le persone secondo la razza. Alcuni scienziati svizzeri ritenevano di avere il diritto di appropriarsi dei corpi altrui in nome della ricerca. Queste idee fornivano una copertura istituzionale alla rimozione di resti dalle tombe e dalle comunità.

Le collezioni sono oggi distribuite tra organizzazioni con proprietari e strutture giuridiche diversi. Questa frammentazione rallenta le restituzioni. A seconda della provenienza e della storia della proprietà di ciascun reperto, la responsabilità può ricadere su un cantone, una città, una fondazione museale o un’istituzione privata.

Uno studente ricostruisce il percorso della collezione

Una ricerca svolta da uno studente ha riportato all’attenzione pubblica i resti Kawésqar. Esaminando le collezioni del Museo di storia naturale di Basilea, lo studente ha trovato documenti che identificavano gli antenati e ha avvisato la fondazione cilena. La scoperta ha dato avvio ai negoziati che hanno portato alla restituzione di settembre.

Le ricerche sulla provenienza hanno poi ricostruito nel dettaglio la catena di acquisizione. La collezione comprende il cranio di un uomo, probabilmente proveniente dalla Terra del Fuoco, e due scheletri completi. Si stima che l’uomo sia morto tra i 35 e i 40 anni. Si ritiene che la donna avesse circa 18 anni. Gli investigatori hanno concluso che gli scheletri erano stati rimossi insieme da un luogo di sepoltura sull’isola di Santa Inés.

I resti sono arrivati a Basilea dopo essere stati acquisiti a Punta Arenas tra il 1909 e il 1914 da Arnold Masarey, medico e naturalista basilese, e Ludwig Paravicini, agente di borsa e collezionista. Entrambi erano legati a Fritz Sarasin, responsabile della collezione antropologica di quello che allora era il Museo etnologico di Basilea.

I documenti dimostrano perché la sola catalogazione non basta. Un numero d’inventario può conservare il percorso di un oggetto all’interno di un’istituzione, ma oscurare le persone, le famiglie e i luoghi di sepoltura che vi stanno dietro. Per procedere a una restituzione occorre ricostruire entrambe le storie.

I musei fanno chiarezza sulle responsabilità

I musei svizzeri devono affrontare una questione giuridica ed etica che va ben oltre un singolo rimpatrio riuscito. Le istituzioni devono identificare i resti che conservano, stabilire dove e come sono stati prelevati, consultare le comunità dei discendenti e decidere chi può autorizzarne il trasferimento. Le collezioni svizzere dipendono da autorità diverse, tra cui città, cantoni, associazioni, fondazioni e proprietari privati.

Questa struttura rende difficile il coordinamento a livello nazionale. Un museo può avere documenti incompleti. Un’università può conservare materiali trasferiti da un’istituzione precedente. Una fondazione privata può controllare oggetti raccolti da un collezionista il cui ruolo non è stato documentato integralmente. Ogni caso richiede una ricerca storica e un processo che riconosca l’autorità indigena e le pratiche culturali.

Kuhn afferma che il dibattito svizzero è iniziato più tardi rispetto a quello di alcuni altri Paesi europei. Osserva anche che negli ultimi anni la discussione ha preso slancio, anche nei musei locali e regionali. Finora l’attenzione si è concentrata sulla ricostruzione delle origini e sulla definizione delle responsabilità, anziché su accuse generiche o conclusioni giuridiche automatiche.

Il caso di Basilea dimostra il valore della collaborazione. Uno studente ha identificato il materiale, i ricercatori ne hanno ricostruito la provenienza, una fondazione ha rappresentato la comunità Kawésqar e il Cantone ha autorizzato la restituzione. Questi passaggi offrono un modello pratico, ma lasciano irrisolti migliaia di altri casi.

La Svizzera deve proseguire sulla strada aperta da Basilea

La restituzione di Basilea offre alla Svizzera un banco di prova concreto per la prossima fase della sua politica museale. Il Paese deve ora passare dalle singole scoperte a inventari sistematici, ricerche trasparenti sulla provenienza e un dialogo costante con le comunità i cui antenati sono conservati nelle istituzioni svizzere. La portata del problema è chiara: almeno 4’000 resti umani devono essere esaminati.

Questo lavoro riguarderà musei in tutto il Paese, non soltanto le grandi istituzioni di Basilea, Zurigo o Ginevra. Le collezioni regionali possono contenere resti acquisiti tramite società scientifiche, reti missionarie, donazioni private o commerci oltremare. I documenti possono essere incompleti e il linguaggio storico dei cataloghi può riflettere le teorie razziali che hanno plasmato le collezioni.

La restituzione ai Kawésqar cambia anche il ruolo dei discendenti nel processo. Francisco González e la Fondazione Pueblo Kawésqar hanno contribuito a definire il significato del rimpatrio e le modalità della sua attuazione. La cerimonia ha unito le scuse di un’istituzione al racconto della comunità incentrato su dignità, memoria e guarigione.

I musei svizzeri dovranno decidere con quale trasparenza pubblicare i dati sulle collezioni, come finanziare la ricerca e come gestire i resti che le comunità chiedono per dare loro sepoltura. Le risposte influenzeranno la fiducia del pubblico in istituzioni che conservano ancora materiali raccolti in condizioni coloniali. Basilea ha portato a termine una restituzione. L’inventario nazionale è appena agli inizi.