Unione europea
Uno storico mette in discussione l’immagine di una Svizzera del tutto indipendente dall’Europa
Lo storico André Holenstein afferma che l’immagine di lunga data della Svizzera come Paese autonomo e indipendente trascura la sua dipendenza storica ed economica dalle potenze circostanti. Le sue osservazioni giungono mentre il Parlamento esamina l’ultimo pacchetto di accordi con l’Unione europea.

Un pacchetto di trattati di 2’228 pagine ha superato il Consiglio degli Stati e deve ora essere esaminato dal Consiglio nazionale. Il calendario parlamentare conferisce un’immediata rilevanza politica all’intervento di André Holenstein. Gli ultimi accordi della Svizzera con l’Unione europea, noti come Bilaterali III, entrano nella fase successiva, mentre il tradizionale linguaggio dell’indipendenza resta al centro del dibattito.
Il pacchetto è stato concordato in marzo, quando il presidente della Confederazione Guy Parmelin e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno firmato l’intesa. Il Consiglio degli Stati ha concluso il suo esame in ottobre. Il campo conservatore, guidato dall’Unione democratica di centro, ha inquadrato i negoziati parlando di «diktat da Bruxelles», «giudici stranieri» e del rischio di sottomettersi alle istituzioni europee.
Intervistato da RTS, Holenstein afferma che questo linguaggio si basa su una ricostruzione selettiva della storia svizzera. Secondo lo storico, la Svizzera ha da tempo abbinato un’apertura economica internazionale a una potente immagine interna di isolamento. Questa tensione caratterizza l’attuale controversia parlamentare. La Svizzera resta fuori dall’UE, ma i suoi elettori hanno ripetutamente sostenuto accordi che legano il Paese al mercato comune dell’Unione. Holenstein invita i parlamentari a valutare i Bilaterali III alla luce di questa lunga storia di interdipendenza, invece di considerarli una concessione improvvisa a Bruxelles.
Definire il rapporto che la Svizzera ha già con l’UE
Secondo Holenstein, la Svizzera ha già scelto, con votazioni democratiche, un accesso approfondito al mercato comune europeo. Lo storico cita l’appartenenza del Paese all’Associazione europea di libero scambio, o AELS, e una serie di decisioni popolari che hanno integrato la Svizzera nello spazio economico circostante.
Questa scelta comporta una conseguenza pratica. «Se vogliamo far parte di questo mercato comune, è ovvio che siamo tenuti a rispettare le regole in base alle quali è stato istituito», ha dichiarato Holenstein a RTS. Respinge le definizioni del rapporto come contratto coloniale o di sottomissione, sostenendo che queste formulazioni celano la natura della scelta fatta dalla Svizzera.
La sua definizione di «membro parziale dell’Unione europea» è volutamente provocatoria, perché la Svizzera non è uno Stato membro dell’UE. Non ha un seggio nelle istituzioni dell’Unione e mantiene il proprio sistema politico, la propria moneta e le proprie procedure di democrazia diretta. Allo stesso tempo, gli accordi con l’UE determinano le condizioni in cui le imprese, i lavoratori e le istituzioni svizzeri interagiscono con l’Europa. Holenstein sostiene che la distanza giuridica dall’UE non annulla la vicinanza economica. Il dibattito sui Bilaterali III riguarda quindi le condizioni di un rapporto già esistente, nonché i limiti che la Svizzera intende porvi.
Far risalire la sovranità al 1798
Holenstein fa risalire le radici della Svizzera moderna ai 50 anni compresi tra il 1798 e il 1848. Prima di quel periodo, descrive la Vecchia Confederazione come un corpo elvetico formato da 13 piccole repubbliche. La loro priorità comune era preservare l’autonomia ed evitare di diventare una nazione, afferma.
L’assetto fu ripetutamente messo alla prova da conflitti interni e pressioni delle potenze vicine. L’invasione francese del 1798 pose fine all’Ancien Régime e portò alla creazione della Repubblica elvetica. Holenstein considera quell’intervento uno degli eventi decisivi nello sviluppo politico del Paese. Il periodo si concluse con la fondazione della Svizzera moderna nel 1848.
Questa ricostruzione non presenta la Svizzera come uno Stato formatosi in isolamento. Descrive un sistema politico plasmato dalla guerra, dalle crisi cantonali e dai calcoli delle potenze più forti che la circondavano. «Le potenze straniere hanno avuto un ruolo importante nel contribuire a fare della Svizzera ciò che era nel 1848», ha dichiarato Holenstein. La sua tesi mette in discussione una narrazione nazionale che considera la sovranità un’eredità ininterrotta. Per l’attuale dibattito sull’UE, il punto storico è chiaro: l’autonomia svizzera si è sempre sviluppata all’interno di un equilibrio europeo di potere. Le forme di pressione sono cambiate, ma la geografia politica circostante non è scomparsa.
Seguire il Parlamento mentre delinea il prossimo capitolo
La prossima fase del dibattito metterà alla prova la capacità del Parlamento di considerare l’integrazione europea una scelta negoziata o una perdita di controllo. Il Consiglio nazionale deve ora esaminare il pacchetto dopo il vaglio del Consiglio degli Stati. Il linguaggio politico resterà fortemente polarizzato. L’Unione democratica di centro e i suoi alleati mettono in guardia contro le ingerenze esterne, mentre Holenstein sostiene che l’accesso al mercato comporta necessariamente regole condivise.
Il disaccordo va oltre i dettagli tecnici dei Bilaterali III. Riguarda il modo in cui la Svizzera definisce il proprio posto in Europa. Il Paese è profondamente legato all’UE, pur restando fuori dall’Unione, una posizione che ha permesso ai governi successivi di coltivare i legami economici senza aderirvi pienamente. La ricostruzione storica di Holenstein colloca questa politica in una più lunga tradizione di adattamento alle potenze e ai mercati esterni.
Per gli elettori svizzeri, il dibattito finale affronterà le consuete questioni di sovranità, autorità giudiziaria e capacità del Paese di decidere autonomamente la propria strada. Riguarderà anche il valore pratico dell’accesso all’economia europea circostante. Le prossime decisioni del Parlamento mostreranno quale aspetto dell’identità svizzera avrà maggior peso nel 2026: l’immagine di una repubblica alpina autosufficiente oppure la storia di un Paese la cui prosperità e le cui istituzioni si sono sviluppate grazie a legami duraturi con l’Europa.