Politica
Il Governo respinge una neutralità più rigorosa e apre la strada alla votazione di settembre
Il Governo svizzero ha raccomandato ufficialmente di votare «no» all’imminente iniziativa sulla neutralità, sostenendo che danneggerebbe gli interessi del Paese e ridurrebbe il suo margine di manovra sulla scena internazionale. Con questa decisione prende il via la campagna ufficiale in vista della votazione nazionale del 27 settembre.

La Svizzera si trova a un bivio decisivo: il Consiglio federale ha dichiarato ufficialmente guerra all’iniziativa «Salvaguardare la neutralità svizzera». L’11 agosto 2026 il Governo ha lanciato una campagna ad alto rischio, invitando i cittadini a respingere una proposta che sancirebbe nella Costituzione uno status «perpetuo e armato». Il ministro degli esteri Ignazio Cassis e i suoi colleghi sostengono con assoluta convinzione che l’attuale interpretazione flessibile della neutralità abbia dimostrato il proprio valore nel corso di decenni. Respingendo questa definizione più restrittiva, il Governo avverte che la Svizzera deve evitare di paralizzarsi da sola. Secondo il Consiglio federale, l’iniziativa ridurrebbe pericolosamente il «margine di manovra» del Paese sulla scena internazionale, privando di fatto Berna della capacità di reagire ai rapidi cambiamenti geopolitici. Non è soltanto un dibattito politico, ma una battaglia sullo strumento stesso della diplomazia svizzera. Il Governo sostiene che, sebbene l’iniziativa affermi di voler proteggere il Paese, in realtà rischia di isolarlo, impedendo alla Svizzera di difendere i propri interessi in un ordine internazionale sempre più instabile.
La posta in gioco delle sanzioni e della sicurezza
Le sanzioni sono diventate il nuovo fronte della sovranità svizzera e il Governo non intende fare marcia indietro. L’iniziativa proposta imporrebbe alla Svizzera di astenersi da qualsiasi sanzione economica o diplomatica, a meno che non sia esplicitamente approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, un organo spesso bloccato dai veti delle grandi potenze. Il Consiglio federale ribatte che le sanzioni sono uno strumento essenziale per far rispettare il diritto internazionale. In quanto piccolo Stato, la Svizzera dipende fortemente da un ordine internazionale basato su regole; restare in silenzio di fronte a violazioni palesi non è soltanto una mancanza morale, ma anche un rischio strategico. Il Governo sottolinea inoltre la necessità della cooperazione militare. Sebbene l’iniziativa vieti di aderire ad alleanze di difesa, Berna insiste sul fatto che la Svizzera deve conservare la flessibilità necessaria per collaborare con i partner e garantire la sicurezza nazionale. Il contrasto è netto: l’iniziativa offre uno scudo di totale distacco, mentre il Governo sostiene che alla fine questo scudo diventerebbe una gabbia, impedendo al Paese di partecipare alle stesse strutture di sicurezza che lo proteggono.
I promotori vogliono salvaguardare l’anima dello Stato
Più di 130’000 cittadini hanno firmato a sostegno di una visione della Svizzera che guarda al passato per andare avanti. Guidati da Walter Wobmann dell’Unione democratica di centro (UDC) e da Stephan Rietiker di Pro Suisse, i sostenitori dell’iniziativa affermano che le autorità federali stanno erodendo la neutralità svizzera con tattiche del «salame». Indicano un cambiamento significativo nella percezione del Paese: la Russia definisce ormai ufficialmente la Svizzera uno «Stato ostile». Per sostenitori come l’ex consigliere federale Christoph Blocher, ciò dimostra che l’approccio pragmatico del Governo ha già fallito. A loro avviso, soltanto un mandato costituzionale rigido può scoraggiare le aggressioni straniere e preservare il ruolo unico della Svizzera come mediatrice credibile. Wobmann, veterano di referendum vittoriosi, insiste che si tratta di una questione di principio, che supera le divisioni partitiche. Il comitato promotore ritiene che una neutralità «armata e perpetua» sia l’unico modo per impedire alla Svizzera di essere risucchiata nell’orbita della NATO o dell’Unione europea, preservando l’indipendenza che caratterizza la Confederazione da generazioni.
L’opinione pubblica si confronta con la tradizione politica
Il 68% degli intervistati in un recente sondaggio della RTS intende votare «no», segno che l’iniziativa deve affrontare una dura battaglia. Nonostante ciò, l’atmosfera politica resta incandescente con l’avvicinarsi della votazione del 27 settembre. Non si tratta soltanto di una singola scelta politica: è un referendum sull’identità della Svizzera nel XXI secolo. Gli elettori sceglieranno la via del Governo, quella della «neutralità attiva», che consente di partecipare alle sanzioni internazionali e di stringere legami più stretti in materia di sicurezza, oppure torneranno alla «neutralità rigorosa» sostenuta dall’UDC? Le conseguenze sono rilevanti. Un «sì» costringerebbe a un netto distacco dai regimi sanzionatori occidentali e potrebbe complicare i rapporti con l’UE e gli Stati Uniti. Un «no», invece, sarà interpretato dal Consiglio federale come un mandato a proseguire sulla via dell’attuale impegno pragmatico. Con l’intensificarsi della campagna, il popolo svizzero è chiamato a decidere se la neutralità sia uno strumento flessibile di politica estera o un pilastro immutabile dell’identità nazionale.