Ginevra
I manifestanti a Ginevra chiedono sanzioni svizzere contro Israele
Una manifestazione a Ginevra ha riunito circa 1’500 persone che chiedevano sanzioni svizzere e un embargo contro Israele.

Circa 1’500 persone si sono riunite a Ginevra il 4 ottobre per chiedere alla Svizzera di imporre sanzioni e un embargo contro Israele. La polizia ginevrina ha dichiarato che la manifestazione si è svolta pacificamente, mentre i dimostranti sfilavano sotto lo stendardo del Collectif Urgence Palestine.
Gli organizzatori hanno accusato Israele di abusi nei territori palestinesi e denunciato quella che hanno definito «pulizia etnica». Questa definizione rispecchia la posizione dei dimostranti. Il servizio di partenza segnala inoltre che le Nazioni Unite hanno più volte lanciato l’allarme sulla questione. I manifestanti hanno criticato l’uso della fame come arma di guerra, il numero di persone uccise e ferite a Gaza e il comportamento dei coloni in Cisgiordania.
La protesta si è svolta circa tre anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la successiva operazione militare israeliana a Gaza. Oratori e dimostranti hanno rivolto gran parte della loro rabbia contro Berna, accusando il governo svizzero di restare inattivo o di sostenere Israele. Tra gli slogan scanditi: «La Svizzera è complice». L’evento ha portato al centro del dibattito pubblico cittadino la politica estera svizzera, il diritto umanitario e i rapporti con Israele, nella città che ospita importanti istituzioni internazionali.
Gli organizzatori chiedono un embargo totale
Tre ambiti di embargo erano al centro delle richieste dei manifestanti: restrizioni militari, energetiche e commerciali nei confronti di Israele. Il Collectif Urgence Palestine ha inoltre chiesto alla Svizzera di interrompere i rapporti commerciali, scientifici e culturali e di porre fine alla cooperazione militare.
Le richieste segnerebbero un importante cambiamento nei rapporti tra la Svizzera e Israele. Gli organizzatori hanno fatto esplicito riferimento a un accordo svizzero con Israele per l’acquisto di droni, citandolo come prova del fatto che Berna mantiene la cooperazione nonostante la guerra a Gaza. Il servizio di partenza non fornisce dettagli sul valore, i tempi o gli aspetti operativi dell’accordo.
I manifestanti hanno inoltre condannato la condotta militare di Israele a Gaza e il comportamento dei coloni in Cisgiordania. Secondo il servizio, la Svizzera aveva criticato le azioni dei coloni alcuni giorni prima della manifestazione ginevrina. Tale condanna non ha soddisfatto gli organizzatori, che chiedono misure economiche e diplomatiche concrete anziché semplici dichiarazioni.
La protesta riflette la pressione esercitata sul governo federale da gruppi della società civile che chiedono una risposta più dura al conflitto. Solleva inoltre interrogativi su come la Svizzera debba conciliare la propria tradizione di neutralità, i legami commerciali e scientifici e gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario e penale.
I manifestanti contestano a Berna i mandati della CPI
I mandati della Corte penale internazionale hanno ispirato la richiesta più diretta della protesta nei confronti dei dirigenti israeliani. I dimostranti hanno affermato che il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant dovrebbero essere arrestati qualora entrassero in Svizzera, facendo riferimento ai mandati emessi dalla Corte.
Berna ha assunto una posizione diversa. Le autorità svizzere hanno dichiarato con coerenza che Netanyahu e Gallant non sarebbero perseguiti se si recassero in Svizzera per negoziati. La posizione del governo federale, secondo quanto riportato da Keystone-ATS, dà la priorità al mantenimento della possibilità di avviare colloqui.
Il disaccordo mette in luce una frattura nel ruolo della Svizzera come sede diplomatica. I manifestanti vogliono che le autorità federali diano seguito agli ordini della CPI. Berna ha sottolineato la disponibilità del Paese a ospitare negoziati, anziché annunciare le misure di applicazione richieste dal collettivo.
La questione assume un peso particolare a Ginevra, dove la presenza di organizzazioni internazionali e missioni diplomatiche fa sì che gli obblighi derivanti dai trattati e il tema della responsabilità siano parte del panorama politico cittadino. La manifestazione non ha portato a un cambiamento della politica federale, ma ha dato visibilità pubblica alla richiesta che la Svizzera tratti i funzionari israeliani in visita in modo conforme all’interpretazione dei mandati della Corte sostenuta dai manifestanti.
Berna è sottoposta a nuove pressioni
La Svizzera si è unita alle critiche internazionali sulla situazione a Gaza, ma non ha adottato le misure radicali chieste a Ginevra. Nel giugno 2026, Berna ha firmato una dichiarazione congiunta insieme ad altri 19 Stati, esprimendo preoccupazione per le condizioni nella Striscia di Gaza. Poco prima della protesta, il governo ha inoltre condannato il comportamento dei coloni in Cisgiordania.
Per il Collectif Urgence Palestine, queste dichiarazioni diplomatiche non sono sufficienti. Il gruppo afferma che la Svizzera dovrebbe porre fine ai legami commerciali, accademici, culturali e militari con Israele e imporre sanzioni in diversi settori. La sua posizione mette sotto pressione il governo federale affinché trasformi le critiche in misure concrete.
La mobilitazione lascia ora le autorità svizzere esposte a nuove verifiche sul rapporto concreto del Paese con Israele. Qualsiasi decisione in materia di sanzioni, cooperazione o trattamento dei funzionari israeliani coinvolgerebbe la politica estera, il commercio, la sicurezza e l’approccio della Svizzera alla giustizia internazionale. Il servizio di partenza non indica che Berna intenda adottare il programma dei manifestanti.
La mobilitazione ginevrina sarà quindi valutata meno in base a un’immediata inversione di rotta politica e più per la pressione che aggiunge a un dibattito già acceso. I funzionari svizzeri hanno espresso preoccupazione per Gaza e la Cisgiordania, continuando però a respingere la politica di arresti chiesta dagli organizzatori.