Zurigo
Zurigo sostiene il divieto del velo a scuola con un voto combattuto
Il Parlamento zurighese ha appoggiato un divieto di copricapi religiosi per le allieve e le insegnanti nelle scuole e negli asili nido statali.

Con 87 voti contro 82, Zurigo si avvia verso un nuovo scontro sulla libertà religiosa nell’istruzione pubblica. Il 31 agosto il Parlamento cantonale ha sostenuto una mozione dell’Unione democratica di centro (UDC), con sei deputati che si sono astenuti. La mozione chiede una legge che vieti i copricapi religiosi alle allieve e alle insegnanti nelle scuole e negli asili nido statali.
La differenza di cinque voti conferisce alla decisione un peso politico immediato, ma mette anche in luce le divisioni che la sottendono. I sostenitori affermano che il velo musulmano è in contrasto con i valori democratici che le scuole elementari statali dovrebbero trasmettere. Sostengono inoltre che gli abiti religiosi possono limitare i diritti e le opportunità delle ragazze, una posizione presentata in termini di protezione e integrazione, anziché di accomodamento.
Il voto non cambia subito ciò che allievi e insegnanti possono indossare. Avvia un iter legislativo nel Cantone. Il Governo zurighese dovrà tradurre la mozione in un progetto di legge, valutarne la compatibilità con il diritto superiore e sottoporre la proposta all’iter parlamentare cantonale. Il risultato riguarderebbe le aule, gli asili nido e i dipendenti pubblici del Cantone più popoloso della Svizzera, facendo di Zurigo un caso di riferimento importante per gli altri Cantoni che seguono il dibattito.
Dalla mozione alla legge
La mozione avvia un iter legislativo, non l’applicazione di un divieto. Nelle probabili fasi successive, le autorità esecutive zurighesi preparerebbero un progetto di legge che definisca il tenore, la portata e l’attuazione del divieto. Il testo dovrebbe chiarire se il divieto riguarda ogni copricapo religioso, come si applica ai bambini degli asili nido e quali regole valgono per le insegnanti e gli altri membri del personale scolastico.
Il Parlamento cantonale esaminerebbe poi la proposta. A seconda della forma giuridica definitiva e delle norme referendarie applicabili a Zurigo, la misura potrebbe anche essere sottoposta a una votazione popolare. Questa prospettiva trasformerebbe una controversia parlamentare in una campagna cantonale che coinvolgerebbe scuole, genitori, comunità religiose e organizzazioni per i diritti civili.
La decisione del Consiglio federale dell’ottobre 2025 costituisce un importante contesto nazionale. Il Governo federale ha respinto un divieto nazionale dei veli per gli allievi, lasciando ai Cantoni margine per adottare approcci propri entro i limiti costituzionali. Le autorità zurighesi non possono quindi fare affidamento soltanto sul voto parlamentare. Dovranno dimostrare che la restrizione persegue uno scopo pubblico legittimo, è idonea e necessaria e non impone un onere sproporzionato alle persone interessate.
Il testo definitivo sarà importante quanto lo slogan politico. Un divieto limitato a determinati capi, fasce d’età o ruoli scolastici potrebbe avere conseguenze giuridiche diverse da un divieto generalizzato.
I sostenitori presentano il divieto come una misura a favore della parità
I sostenitori affermano che il divieto difenderebbe le pari opportunità in classe. La loro argomentazione si basa sull’idea che il velo possa riflettere pressioni sulle ragazze e anteporre aspettative religiose ai principi civici condivisi dell’istruzione statale. I promotori della mozione sostengono inoltre che le scuole dovrebbero garantire agli allievi pari accesso all’istruzione, senza segnali visibili che, a loro avviso, separano le ragazze dai ragazzi o i gruppi religiosi gli uni dagli altri.
Questa argomentazione richiama un dibattito politico ricorrente in Svizzera sul ruolo della religione nelle istituzioni pubbliche. Le scuole statali operano in un sistema che tutela la libertà religiosa e, al contempo, impone alle autorità pubbliche di trattare gli allievi senza discriminazioni. I sostenitori ritengono che una restrizione possa aiutare le scuole a promuovere l’autonomia e la partecipazione democratica, in particolare per i bambini più piccoli, che potrebbero non avere ancora compiuto una scelta autonoma riguardo all’abbigliamento religioso.
La difficoltà politica consiste nel dimostrare che un divieto generale affronti un problema educativo concreto. Le argomentazioni parlamentari riportate descrivono il velo come discriminatorio e incompatibile con i valori democratici, ma la fonte non cita casi specifici, ricerche o episodi nelle scuole a sostegno di questa valutazione. Per soddisfare sia i parlamentari sia i tribunali, qualsiasi progetto di legge dovrebbe basarsi su prove. Le autorità dovrebbero inoltre spiegare perché le norme esistenti sulla protezione dei minori, contro la discriminazione o sulla condotta scolastica non possano affrontare i singoli casi.
Gli oppositori preparano una contestazione costituzionale
È probabile che gli oppositori contestino la misura, sostenendo che colpisce soprattutto le ragazze e le donne musulmane. Affermerebbero che obbligare un’allieva o un’insegnante a togliersi un copricapo religioso lede la libertà di religione e di coscienza, anziché tutelare la parità. I critici potrebbero anche sostenere che escludere un’insegnante dall’aula a causa del suo abbigliamento limiti l’accesso all’impiego pubblico e trasmetta agli allievi musulmani un messaggio di appartenenza diseguale.
Le questioni costituzionali sono rilevanti. L’articolo 15 della Costituzione federale svizzera tutela la libertà di religione e di coscienza, mentre l’articolo 8 garantisce l’uguaglianza davanti alla legge e vieta le discriminazioni. Un tribunale esaminerebbe probabilmente se il divieto persegua un interesse pubblico sufficientemente importante, se sia concepito in modo circoscritto e se misure meno restrittive possano raggiungere lo stesso obiettivo. Potrebbe inoltre entrare in gioco la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, comprese le garanzie relative alla religione e alla non discriminazione.
Insegnanti e allievi non sarebbero necessariamente valutati nello stesso modo. Le insegnanti rappresentano l’autorità pubblica e potrebbero essere soggette a requisiti di neutralità più severi. Gli allievi sono persone private che frequentano l’istruzione obbligatoria, e la loro libertà religiosa riveste quindi particolare importanza. Una norma generale che includa entrambi i gruppi potrebbe perciò essere contestata in modi diversi, a seconda di come Zurigo giustificherà ciascuna parte del divieto.
Attenzione a tribunali, elettori e scuole
La maggioranza zurighese di cinque voti mantiene in vita la proposta, ma l’esito giuridico resta incerto. La prossima fase si sposterà dalla sala del Parlamento cantonale al tavolo di redazione e, potenzialmente, davanti agli elettori e ai tribunali. I giuristi del Governo dovranno definire con precisione la misura, consultare le istituzioni interessate e verificare che le restrizioni proposte siano compatibili sia con le garanzie costituzionali svizzere sia con le norme cantonali sull’istruzione.
Il rifiuto del Governo federale di introdurre un divieto nazionale nell’ottobre 2025 continuerà a far parte del dibattito, anche se non impedisce automaticamente a Zurigo di legiferare. Una legge cantonale potrebbe creare un nuovo precedente, incoraggiare proposte analoghe altrove oppure essere ridimensionata durante l’iter di approvazione. Una contestazione giuridica potrebbe ritardare l’attuazione e costringere i giudici a distinguere tra neutralità del settore pubblico, diritti degli allievi e obbligo dello Stato di garantire l’istruzione obbligatoria.
Nelle scuole zurighesi l’incertezza potrebbe protrarsi ben oltre il voto parlamentare. Se i parlamentari procederanno, insegnanti, genitori e direzioni scolastiche avranno bisogno di indicazioni chiare sull’abbigliamento religioso, sulle deroghe, sull’applicazione e sulle sanzioni. La misura definitiva mostrerà se il Cantone riuscirà a trasformare una richiesta politica che divide nettamente in una norma capace di superare il vaglio del sistema svizzero di democrazia diretta e di tutela dei diritti.