neutralità
Il voto sulla neutralità svizzera mette sotto esame il modello di politica estera
Gli elettori svizzeri si preparano a decidere se l’approccio costituzionale del Paese alla neutralità debba diventare più restrittivo. Il voto ha implicazioni per le sanzioni, la politica estera e il ruolo diplomatico della Svizzera, compresi i suoi sforzi di lunga data per mantenere aperti i canali di comunicazione nei conflitti internazionali.

Secondo gli ultimi due sondaggi citati prima del voto, oltre il 60% degli elettori dovrebbe respingere l’iniziativa il 27 settembre, preservando così l’attuale margine di manovra del Governo per interpretare la neutralità al mutare delle circostanze. Il risultato metterebbe però anche in luce quanto sia profonda l’inquietudine dell’opinione pubblica riguardo al posto della Svizzera in un contesto internazionale più duro.
La proposta, lanciata dal gruppo sovranista Pro Schweiz, mira a inserire nella Costituzione una definizione di neutralità «armata e perpetua». Limiterebbe la cooperazione militare con la NATO, consentirebbe alleanze militari solo in caso di attacco diretto alla Svizzera e vieterebbe le sanzioni, salvo autorizzazione delle Nazioni Unite.
Il voto va oltre una modifica costituzionale di natura tecnica. L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia ha costretto Berna a decidere se aderire alle sanzioni dell’Unione europea fosse compatibile con la sua posizione tradizionale. Il Governo ha concluso che la neutralità non impedisce alla Svizzera di reagire alle violazioni del diritto internazionale. Gli oppositori dell’iniziativa sostengono che una sua bocciatura manterrebbe possibile questa interpretazione. I sostenitori affermano invece che la decisione sulle sanzioni dimostra che la Svizzera ha già abbandonato la propria identità storica.
La campagna ha quindi sottoposto un simbolo nazionale ben noto a pressioni giuridiche e politiche. Agli elettori svizzeri si chiede di definire quanto margine di discrezionalità debba conservare Berna quando il Paese si trova di fronte a richieste contrastanti da parte dei partner europei, degli Stati neutrali e delle parti coinvolte nei conflitti armati.
Le sanzioni sottopongono la neutralità a una prova giuridica
L’iniziativa trasformerebbe le sanzioni in una prova costituzionale. I suoi sostenitori vogliono che la Svizzera imponga misure economiche punitive solo quando lo richiede il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ciò limiterebbe fortemente la possibilità di Berna di allinearsi all’Unione europea quando il Consiglio è paralizzato da un veto o da divisioni politiche.
La disputa riflette due interpretazioni concorrenti della neutralità. L’ex diplomatico Jean-Daniel Ruch afferma che la Svizzera ha assunto «posizioni molto nette contro la Russia», mentre ha reagito debolmente nei confronti di Israele, un atteggiamento che, a suo avviso, ha danneggiato la credibilità del Paese. Descrive l’iniziativa come un’occasione per ripristinare la coerenza.
I membri del Governo e la maggior parte dei principali partiti respingono questo quadro giuridico. Sostengono che, storicamente, la neutralità abbia richiesto capacità di giudizio e non un’unica regola meccanica. Il ministro degli affari esteri Ignazio Cassis ha difeso le sanzioni contro la Russia, presentandole come una risposta a una condotta che minaccia le regole internazionali da cui dipende la Svizzera. Ha inoltre dichiarato che la Svizzera non intende revocare il divieto di vendere armi a Paesi in guerra.
La disputa ha portato la posizione di Mosca al centro della campagna interna. La Russia ha elogiato l’iniziativa e accusato Berna di aver abbandonato la neutralità dopo l’adozione delle sanzioni dell’UE. Il parlamentare socialista Samuel Bendahan ha avvertito che una vittoria della proposta favorirebbe gli interessi di Vladimir Putin. La votazione collega così il testo costituzionale alla questione pratica se, durante una crisi, la Svizzera possa agire insieme ai partner europei.
Berna tutela i propri canali diplomatici
L’accesso diplomatico della Svizzera è uno degli argomenti più forti contro una formula rigida della neutralità. Da decenni Berna coltiva una reputazione di discrezione, riservatezza e perseveranza, che le permette di dialogare con governi che hanno interrotto le relazioni ufficiali.
Dal 1980 la Svizzera rappresenta gli interessi degli Stati Uniti in Iran. Questo mandato ha contribuito a mantenere aperto un canale tra Washington e Teheran anche durante periodi di forte tensione. A New York, Cassis ha incontrato il ministro degli affari esteri iraniano Abbas Araghchi e ha sostenuto che l’accesso di cui dispone la Svizzera potrebbe favorire un dialogo discreto. Ha inoltre chiesto di intensificare i contatti con il Consiglio di cooperazione del Golfo, di cui fanno parte Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman.
L’Ucraina pone una sfida diversa. In qualità di presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la Svizzera può sfruttare l’esperienza e gli strumenti dell’organizzazione per sostenere i negoziati. Cassis ha affermato che la mediazione decisiva tra Mosca e Kyiv dovrà venire dagli Stati Uniti, che dispongono di una maggiore influenza politica e militare. Ha indicato come principale ostacolo alla pace la riluttanza di entrambe le parti ad abbandonare la convinzione di poter vincere sul piano militare.
I sostenitori dell’iniziativa temono che una cooperazione più stretta con la NATO possa costare alla Svizzera questo accesso. Samuel Sommaruga, uno dei principali promotori, afferma che una definizione costituzionale rigorosa proteggerebbe lo status del Paese come mediatore e Paese ospitante. Gli oppositori replicano che la credibilità diplomatica dipende dalla fiducia e che la fiducia richiede anche una reazione quando vengono violate le regole internazionali.
Un principio storico diventa una battaglia identitaria
Il dibattito sulla neutralità è diventato una disputa sull’identità svizzera. La neutralità armata del Paese risale al 1516 e ha ottenuto riconoscimento internazionale nel 1815. Queste date hanno un peso politico, perché permettono ai sostenitori di presentare la neutralità come un impegno nazionale di lunga data, anziché come una politica che i governi possono ricalibrare.
La campagna ha inoltre oltrepassato le tradizionali linee di partito. L’Unione democratica di centro, il principale partito di destra e la maggiore forza politica del Paese, è l’unico grande partito indicato come sostenitore dell’iniziativa. Tra i promotori figurano anche persone al di fuori della sua consueta base elettorale, fra cui Samuel Sommaruga, un medico che afferma di non appartenere ad alcun partito. È figlio di una nota senatrice socialista e nipote di un ex presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.
Questa coalizione riflette il disagio per la direzione presa dalla Svizzera dopo l’invasione dell’Ucraina. I sostenitori dell’iniziativa temono che le sanzioni, la cooperazione con le strutture di sicurezza europee e le critiche pubbliche alla Russia trascinino gradualmente il Paese nell’orbita della NATO. Avvertono che una bocciatura potrebbe essere interpretata all’estero come una rinuncia formale alla neutralità.
La posizione del Governo ha una sua logica storica. La neutralità svizzera ha permesso ai governi che si sono succeduti di adattare la propria condotta senza abbandonare il principio. Cassis sostiene che la Svizzera debba conservare la possibilità di condannare le violazioni e ricorrere alla pressione economica quando l’ordine internazionale è minacciato. La probabile bocciatura degli elettori chiuderebbe la questione della proposta costituzionale, ma lascerebbe aperto questo dibattito più ampio in Parlamento, negli ambienti diplomatici e nei Cantoni.
Una bocciatura lascia aperte le opzioni di Berna
Una bocciatura manterrebbe la flessibilità, ma non porrebbe fine all’esame della politica estera svizzera. Il Governo conserverebbe la facoltà di decidere quando le sanzioni, l’allineamento diplomatico o la cooperazione in materia di sicurezza sono compatibili con la neutralità. Ogni decisione continuerebbe a essere sottoposta alla pressione degli elettori che chiedono maggiore distanza dai blocchi militari e dei partner europei che si aspettano un’azione coordinata.
Cassis ha illustrato questo approccio flessibile alle Nazioni Unite. Ha dichiarato che la Svizzera intende continuare a offrire canali diplomatici nei conflitti che coinvolgono l’Iran e l’Ucraina, riconoscendo al contempo che Berna non ha il potere di costringere le parti belligeranti a un compromesso. La sua valutazione è stata diretta: «Senza gli Stati Uniti, in questo mondo non succede granché».
Il voto sarà osservato anche al di fuori della Svizzera. Mosca ha sostenuto l’iniziativa, mentre i suoi oppositori affermano che una definizione rigorosa indebolirebbe la capacità di Berna di reagire collettivamente alle aggressioni. I governi europei seguiranno con attenzione se la Svizzera continuerà ad allinearsi alle sanzioni dell’UE senza aderire alle strutture di politica estera dell’Unione. Le organizzazioni internazionali a Ginevra osserveranno se la neutralità svizzera continuerà a essere utile come base per il dialogo.
Una probabile bocciatura manterrebbe quindi l’attuale modello costituzionale, senza fornire un giudizio definitivo sul significato della neutralità. La prossima prova arriverà quando Berna dovrà scegliere tra mantenere l’accesso a tutte le parti e mostrare solidarietà agli Stati che difendono le regole sulle quali, secondo la Svizzera, si fonda il suo stesso sistema.