UE
Una commissione svizzera propone un prelievo sui lavoratori dell’UE in caso di forte aumento della migrazione
Una commissione del Consiglio degli Stati vuole introdurre un possibile prelievo a carico dei lavoratori dell’UE se, dopo l’entrata in vigore degli Accordi bilaterali III, la migrazione dovesse aumentare nettamente. La proposta aggiunge un nuovo punto di tensione al dibattito svizzero sulla mobilità del lavoro e sull’immigrazione.

Un prelievo annuo proposto di 4’000 franchi sta portando il dibattito svizzero sulla migrazione su un terreno nuovo. Una commissione del Consiglio degli Stati vuole che la Svizzera imponga un prelievo sui lavoratori dell’Unione europea qualora, dopo l’entrata in vigore degli Accordi bilaterali III, la migrazione dovesse aumentare nettamente. La misura non entrerebbe in vigore automaticamente. Diventerebbe possibile soltanto dopo che il Consiglio federale avesse attivato con successo una clausola di salvaguardia concepita per reagire a un forte aumento dell’immigrazione.
La proposta aggiunge un nuovo e importante punto di attrito nei rapporti tra la Svizzera e Bruxelles. La mobilità del lavoro è al centro del quadro bilaterale, mentre l’immigrazione rimane una delle questioni politicamente più sensibili nella politica interna svizzera. I sostenitori del prelievo lo presentano come un’alternativa mirata a restrizioni drastiche come le quote. I critici si trovano però subito di fronte a una domanda fondamentale: la Svizzera può imporre una sanzione finanziaria per diritti concessi dall’Accordo sulla libera circolazione delle persone?
Il Consiglio degli Stati dovrebbe esaminare la proposta insieme al più ampio pacchetto di accordi con l’UE durante la sessione autunnale. Il dibattito avrà ora conseguenze ben più ampie della procedura parlamentare. Metterà alla prova fino a che punto la Svizzera può spingersi nella propria risposta interna alla migrazione senza entrare in conflitto con i suoi impegni europei.
La questione dei 4’000 franchi ricade sui datori di lavoro
Il prelievo proposto ammonterebbe ad almeno 4’000 franchi all’anno per ogni lavoratore. Andrea Caroni, membro del Consiglio degli Stati, afferma che l’onere dovrebbe applicarsi alle persone immigrate di recente in Svizzera una volta attivata la clausola di salvaguardia. La cifra conferisce subito un peso politico alla proposta: non si tratta di una tassa simbolica di registrazione, ma di un costo ricorrente considerevole legato alle assunzioni dall’estero.
I datori di lavoro pagherebbero il prelievo per i loro dipendenti dell’UE. La commissione sostiene che ciò incoraggerebbe le aziende svizzere a rivolgersi innanzitutto alla manodopera presente nel Paese per coprire i posti vacanti. Questo approccio mette le imprese al centro della politica. Un’azienda potrebbe comunque assumere personale dall’estero, ma si troverebbe a dover sostenere una conseguenza finanziaria diretta se venissero attivati controlli eccezionali sull’immigrazione.
Il ricongiungimento familiare seguirebbe un modello diverso. Si applicherebbe un prelievo più contenuto e gli adulti arrivati nell’ambito delle norme sul ricongiungimento familiare sarebbero tenuti a pagarlo personalmente. La distinzione mira a separare le assunzioni sul mercato del lavoro dalla migrazione per motivi familiari, ma potrebbe anche creare un sistema complesso di requisiti, responsabilità e controlli. L’importo proposto è chiaro, mentre le modalità pratiche restano oggetto di controversia.
Un prelievo per riorientare il dibattito sulla migrazione
Secondo la commissione, il prelievo assolverebbe contemporaneamente tre funzioni: orientare le assunzioni, recuperare i costi legati alla migrazione e premiare i residenti. I sostenitori affermano che le aziende avrebbero un incentivo maggiore ad assumere manodopera presente in Svizzera, invece di rivolgersi automaticamente a lavoratori stranieri. I nuovi arrivati contribuirebbero, nel frattempo, ai costi legati all’immigrazione. Il ricavato verrebbe poi restituito alla popolazione residente.
Quest’ultimo elemento conferisce alla proposta un’impronta politica tipicamente svizzera. Invece di destinare il ricavato del prelievo a un programma statale lontano dalla popolazione, il denaro verrebbe ridistribuito a chi già vive nel Paese. La commissione presenta il meccanismo come un dividendo diretto per la popolazione, nel tentativo di rendere visibili agli elettori gli effetti finanziari della migrazione.
Il modello verrebbe tuttavia esteso se fosse attivata la clausola di salvaguardia. Il prelievo si applicherebbe allora anche agli immigrati provenienti da Paesi non appartenenti all’UE, e non soltanto ai lavoratori dell’UE. Una portata più ampia potrebbe semplificare il principio del sistema, ma amplierebbe anche le sue conseguenze diplomatiche e giuridiche. Uno strumento previsto per far fronte a un forte aumento della migrazione potrebbe diventare una componente generale della politica svizzera in materia d’immigrazione. La proposta della commissione collega quindi gli incentivi sul mercato del lavoro a un dibattito molto più ampio su chi paga e chi beneficia della migrazione.
L’avvertimento giuridico di Berna prepara lo scontro
Il Consiglio federale ha già avvertito che il piano potrebbe scontrarsi con gli impegni giuridici della Svizzera. In un rapporto pubblicato a inizio maggio, il Governo ha esaminato tre possibili modelli di prelievo sull’immigrazione e ha concluso che imporre un onere ai cittadini dei Paesi dell’UE e dell’AELS non sarebbe compatibile con l’Accordo sulla libera circolazione delle persone. L’obiezione colpisce il cuore della proposta: proprio i lavoratori a cui si applicherebbe il prelievo potrebbero essere protetti dal quadro bilaterale negoziato dalla Svizzera con l’UE.
Il ricongiungimento familiare pone un secondo ostacolo giuridico. Il Consiglio federale ha affermato che un prelievo imposto ai familiari potrebbe entrare in conflitto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In altre parole, la proposta deve superare due verifiche distinte: una riguarda l’accordo della Svizzera con l’UE, l’altra le più ampie garanzie in materia di diritti umani.
La commissione ritiene nondimeno che il suo modello offra una risposta più articolata rispetto alle quote. Il Consiglio federale ha proposto diverse possibili misure di salvaguardia, tra cui le quote, ma non ha adottato il concetto di prelievo sostenuto dai suoi fautori. Lo scontro è ormai ben definito: da un lato il controllo politico della migrazione, dall’altro gli obblighi derivanti dai trattati e i diritti individuali. Il dibattito parlamentare autunnale stabilirà se la proposta farà progressi nonostante questi avvertimenti.
La sessione autunnale deciderà il prossimo passo
Il prossimo momento decisivo arriverà questo autunno in Consiglio degli Stati. Il Parlamento esaminerà il prelievo proposto nell’ambito di un pacchetto più ampio di accordi con l’UE, facendo sì che il dibattito sulla migrazione non possa essere separato dalla più vasta strategia europea della Svizzera. La tempistica è importante. Qualsiasi nuova misura di salvaguardia collegata agli Accordi bilaterali III dovrà essere politicamente sostenibile in patria e, al contempo, credibile e giuridicamente difendibile all’estero.
L’idea non è nuova. Avenir Suisse, un gruppo di riflessione svizzero, aveva avanzato una misura simile già alcuni anni fa. A cambiare è il contesto politico: la proposta è ora legata a una possibile clausola di salvaguardia e a un prelievo minimo concreto di 4’000 franchi. Questa combinazione trasforma un vecchio concetto politico in un confronto parlamentare attuale.
Per le aziende svizzere, l’esito potrebbe incidere sui costi delle assunzioni internazionali. Per i lavoratori dell’UE, potrebbe modificare il significato pratico della mobilità del lavoro. Per i residenti, la promessa di una ridistribuzione del ricavato rappresenta un interesse finanziario diretto. Le obiezioni giuridiche del Governo significano tuttavia che il piano della commissione è ben lontano dall’attuazione. La Svizzera si trova ora di fronte a una scelta cruciale: adottare una risposta interna più incisiva alla migrazione oppure tutelare il quadro esistente con l’UE da un prelievo che potrebbe comprometterlo. La sessione autunnale metterà a fuoco questa scelta.