Economia
I sindacati chiedono aumenti salariali del 2% mentre iniziano i tesi negoziati per il 2027
La federazione sindacale svizzera Travail.Suisse chiede un aumento salariale generalizzato del 2% per il 2027, per contrastare un decennio di stagnazione dei salari reali e l’aumento del costo della vita. L’Unione svizzera degli imprenditori ha risposto con una proposta dell’1%, dando il via a una stagione di negoziati tesa, in un contesto di incertezza economica.

La pace del lavoro in Svizzera è messa a dura prova: sindacati e datori di lavoro si scontrano sulle prospettive salariali per il 2027. Travail.Suisse ha aperto le ostilità chiedendo un deciso aumento generalizzato del 2% per porre fine a un decennio di stagnazione dei salari reali. Non si tratta soltanto di una richiesta, ma di una sfida diretta allo status quo. Mentre i sindacati spingono per un aumento, l’Unione svizzera degli imprenditori (UPS) ha risposto con un’offerta prudente dell’1%, richiamando la fragilità dell’economia mondiale e la volatilità geopolitica. La distanza tra le due posizioni è più di un semplice punto percentuale: riflette un profondo disaccordo sulle condizioni finanziarie dei lavoratori in Svizzera. In settori particolarmente sotto pressione, come quello sanitario, le richieste sono ancora più ambiziose: il sindacato Syna chiede un aumento del 5-6% per compensare anni di lavoro estenuante e salari stagnanti. Con l’avvio dei negoziati, la tensione è palpabile: entrambe le parti sanno che l’esito influenzerà la ripresa economica del Paese dopo il 2026.
La ricchezza si erode in un Paese dal costo della vita elevato
Negli ultimi cinque anni i prezzi sono aumentati di ben il 7%, mettendo a dura prova le economie domestiche svizzere, anche se le cifre ufficiali sull’inflazione restano ingannevolmente basse. La realtà è evidente: dal 2022 il potere d’acquisto delle famiglie con reddito medio è diminuito di quasi l’1,9%. Il principale responsabile è il continuo aumento dei premi dell’assicurazione malattia, una spesa che non rientra nei consueti indicatori dell’inflazione, ma assorbe una quota consistente del reddito disponibile. Secondo Travail.Suisse, per molti il «sogno svizzero» sta cominciando a incrinarsi. Un recente sondaggio ha rivelato un dato allarmante: una persona su quattro appartenente alla classe medio-bassa non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF. Questa fragilità finanziaria è alla base della richiesta di un aumento del 2%. I datori di lavoro sostengono che nel 2025 il reddito disponibile mensile netto sia aumentato di 36 CHF, ma i sindacati liquidano questa somma come una goccia nel mare rispetto al rincaro dei beni e servizi essenziali. La battaglia per il 2027 è, in sostanza, una battaglia per la sopravvivenza della classe media svizzera.
Il paradosso della produttività
La produttività aumenta, ma i suoi benefici non arrivano ai lavoratori. Tra il 2017 e il 2026 la produttività svizzera è cresciuta in media dell’1,4% all’anno, mentre i salari reali sono rimasti ostinatamente stagnanti. Thomas Bauer, responsabile della politica economica di Travail.Suisse, affronta direttamente la questione e afferma che «il valore aggiunto deve andare a beneficio di chi lo ha generato». I sindacati sostengono che i proprietari di capitali e gli azionisti si approprino dei frutti dell’operosità svizzera, mentre i lavoratori fanno i conti con la stagnazione. L’Unione degli imprenditori (UPS) contesta però con forza questa interpretazione. A suo dire, i sindacati si basano su indicatori fuorvianti: se si considera la retribuzione totale, compresi gli avanzamenti di carriera e il passaggio a mansioni meglio retribuite, dal 2014 i salari hanno tenuto il passo con la produzione. Questa disputa statistica mette in luce una profonda mancanza di fiducia. I datori di lavoro avvertono che imporre un aumento del 2% in una fase di crescita debole potrebbe compromettere la sicurezza dell’impiego e portare a licenziamenti, danneggiando proprio i lavoratori che i sindacati affermano di voler proteggere.
Un percorso futuro incerto
I prossimi mesi determineranno se la Svizzera manterrà la propria reputazione di Paese caratterizzato da buone relazioni tra le parti sociali o se entrerà in una fase di conflitti sindacali senza precedenti. Con un’inflazione prevista allo 0,2% per il 2025, i datori di lavoro ritengono giustificata la propria prudenza. I sindacati, tuttavia, non guardano più all’indice nazionale dei prezzi al consumo su base annua: considerano piuttosto il terreno perso nell’arco di un decennio. I negoziati per il 2027 non riguardano soltanto i prossimi dodici mesi: sono un referendum sulla distribuzione della ricchezza in uno dei Paesi più ricchi del mondo. Se non si raggiungerà un compromesso, il settore sanitario, già vicino al limite, potrebbe diventare un focolaio di scioperi o di abbandoni in massa. Per il momento il Governo svizzero resta in disparte, ma la pressione affinché si affronti la «inflazione nascosta» dei premi dell’assicurazione malattia sta crescendo rapidamente. Con l’arrivo dell’autunno, tutti gli occhi saranno puntati sui tavoli negoziali di Berna e Zurigo. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: sono in bilico la stabilità dell’economia svizzera e il tenore di vita di milioni di lavoratori.