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Swiss Observer

Ricercatori svizzeri mettono in dubbio migliaia di diagnosi sospette di mpox in Congo

Un’analisi condotta dall’Università di Ginevra su oltre 2’700 campioni indica che quasi il 35% dei test per il sospetto di mpox in alcune regioni della Repubblica democratica del Congo conteneva DNA virale dovuto a contaminazione ambientale, anziché a un’infezione effettiva. I risultati potrebbero modificare in misura significativa le stime sull’entità dell’epidemia e la pianificazione delle risposte di salute pubblica.

AI22 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Ricercatori svizzeri mettono in dubbio migliaia di diagnosi sospette di mpox in Congo
AISWI swissinfo.ch

Quasi il 35% degli oltre 2’700 campioni prelevati per sospetti casi di mpox potrebbe essere dovuto a contaminazione anziché a infezione. È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Università di Ginevra. I risultati potrebbero indurre le autorità sanitarie della Repubblica democratica del Congo a rivedere le stime sull’epidemia e a ripensare il ricorso ai test, all’isolamento e alla vaccinazione.

Il gruppo internazionale di ricerca ha esaminato campioni raccolti tra aprile 2024 e aprile 2026 a Goma, Kamituga, Kinshasa e Uvira. Lo studio è stato pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, secondo quanto riferito dall’Università di Ginevra e da Swissinfo.ch.

Il risultato è importante perché un test PCR positivo può innescare una serie di decisioni di salute pubblica. I pazienti possono ricevere cure, essere messi in quarantena o venire inclusi nei dati ufficiali di sorveglianza. Se il DNA virale presente nell’ambiente viene scambiato per la prova di un’infezione attiva, queste misure possono coinvolgere persone che non sono mai state infettate.

I ricercatori hanno individuato due gruppi distinti di risultati. Il primo presentava un’elevata carica virale, compatibile con un’infezione. Il secondo superava appena la soglia di rilevamento, suggerendo la presenza di tracce residue anziché di un paziente con un’infezione attiva. Il risultato non cancella il grave impatto sanitario della mpox in Africa centrale. Sottolinea invece la necessità di distinguere le infezioni effettive dai campioni contaminati.

I ricercatori riconducono il DNA agli ambienti delle cliniche

I test delle superfici effettuati in due centri sanitari hanno rilevato DNA della mpox nell’ambiente circostante. Secondo i ricercatori, tracce virali sulle superfici o nell’aria possono persistere per diverse settimane e contaminare campioni raccolti o manipolati in seguito.

Questi elementi aiutano a spiegare perché alcuni risultati mostrassero solo un segnale minimo. Un test che raggiunge appena la soglia di rilevamento può indicare un’infezione effettiva, ma può anche rilevare materiale residuo in una clinica o in un’altra struttura sanitaria. Il confronto delle cariche virali effettuato nello studio ha permesso al gruppo di distinguere i due profili.

La distinzione è particolarmente importante nelle strutture che gestiscono un gran numero di casi sospetti. I frequenti contatti con i pazienti, le attrezzature e le superfici cliniche aumentano il rischio che il materiale virale si diffonda oltre la persona che lo trasportava inizialmente. La contaminazione non significa che il personale di laboratorio abbia agito in modo scorretto. Mostra invece che i sistemi di test devono tenere conto degli ambienti in cui vengono raccolti i campioni.

L’Università di Ginevra ha dichiarato che un’identificazione rapida e accurata resta essenziale per indirizzare la vaccinazione e organizzare le misure di salute pubblica. I suoi ricercatori collaborano con l’Organizzazione mondiale della sanità per migliorare il rilevamento del virus in diversi Paesi.

I test degli anticorpi rafforzano l’ipotesi dei falsi positivi

Circa l’89% delle persone classificate come falsi positivi non aveva anticorpi contro la mpox. Il risultato sierologico ha fornito ai ricercatori una seconda linea di prova, oltre ai risultati della PCR. Gli anticorpi possono indicare che una persona è già entrata in contatto con il virus, perciò la loro assenza ha avvalorato la conclusione che molte di queste persone non fossero mai state infettate.

Il gruppo ha anche verificato se altri virus potessero spiegare la febbre e le eruzioni cutanee osservate tra i casi sospetti. Nell’analisi separata, la maggior parte dei pazienti aveva altre infezioni in grado di provocare sintomi simili. Secondo il rapporto, solo una piccola parte era effettivamente infettata dalla mpox.

La mpox può causare febbre e lesioni cutanee dolorose e deturpanti, e in alcuni casi può essere mortale. I sintomi si sovrappongono a quelli di altre malattie, rendendo importante la conferma di laboratorio. Una diagnosi basata soltanto sul quadro clinico può indurre gli operatori sanitari a conteggiare malattie diverse sotto la stessa etichetta epidemica.

Lo studio mette quindi in luce due problemi collegati: la contaminazione ambientale può alterare i risultati della PCR, mentre altre infezioni possono simulare la mpox. Test migliori fornirebbero ai medici informazioni più chiare e aiuterebbero i gruppi di sorveglianza a destinare le risorse limitate alle persone che ne hanno bisogno.

Le diagnosi errate comportano costi per la salute pubblica

Tra il 2024 e il 2026 in Africa sono stati registrati oltre 120’000 casi di mpox e circa 1’500 decessi. L’entità dell’emergenza spiega perché le autorità si siano affrettate a sottoporre a test i pazienti sospetti, a isolarli e a organizzare la vaccinazione. Mostra anche perché gli errori nel conteggio dei casi abbiano conseguenze concrete.

Nell’agosto 2024 l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia di mpox un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. L’allerta è stata revocata nel settembre 2025. Anche dopo la fine dell’allerta internazionale, i sistemi sanitari dei Paesi colpiti hanno continuato a gestire le infezioni sospette e il rischio di trasmissione.

Le diagnosi errate possono comportare costi per i pazienti e per i servizi pubblici. L’Università di Ginevra ha dichiarato che alcune persone hanno ricevuto cure non necessarie e sono state messe in quarantena pur non essendo infettate. Una classificazione errata può inoltre sottrarre vaccini, dispositivi di protezione e tempo del personale ai casi confermati.

I risultati dei ricercatori non dimostrano che ogni risultato debolmente positivo fosse falso. Individuano un fenomeno significativo in quattro località e giustificano ulteriori verifiche delle procedure di test. Prima di rivedere le stime ufficiali, le autorità dovranno confrontare i segnali di laboratorio con i sintomi, le storie di esposizione, i risultati degli anticorpi e i dati locali sulla trasmissione.

Il gruppo di Ginevra chiede test più precisi

L’Università di Ginevra promuove modifiche all’interpretazione della PCR e collabora con l’OMS. Il gruppo di ricerca sostiene che la soglia di positività della PCR debba essere abbassata per ridurre i falsi positivi senza aumentare in misura significativa i falsi negativi. La raccomandazione richiederà un’attenta convalida tecnica, poiché una modifica della soglia può cambiare il numero di casi rilevati dai laboratori.

Per la Svizzera, lo studio mette in risalto il ruolo dei ricercatori ginevrini nella risposta internazionale alle epidemie. I laboratori e le istituzioni di salute pubblica svizzeri contribuiscono regolarmente con le proprie competenze al rilevamento degli agenti patogeni; le decisioni politiche svizzere incidono inoltre sull’accesso ai vaccini e ad altre risorse mediche nei Paesi colpiti dalle epidemie. I risultati rafforzano la richiesta di linee guida internazionali sui test che siano applicabili nelle cliniche affollate e nei laboratori con risorse disomogenee.

I prossimi passi comprendono la convalida dei risultati in altre sedi, il miglioramento della raccolta e della manipolazione dei campioni e l’affiancamento di prove sierologiche e cliniche alla PCR. Le autorità sanitarie avranno inoltre bisogno di metodi trasparenti per rivedere le stime dei casi qualora si dimostri che una quota significativa delle infezioni segnalate è dovuta a contaminazione o ad altre malattie.

Una diagnosi migliore aiuterebbe i pazienti a evitare isolamenti e cure non necessari. Fornirebbe inoltre a chi pianifica la vaccinazione e agli epidemiologi un quadro più affidabile della diffusione della mpox e dei luoghi in cui il sostegno è più urgente.