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Swiss Observer

Il divieto ginevrino dei simboli religiosi per i politici è contestato in tribunale

Il divieto ginevrino di indossare simboli religiosi vistosi imposto ai membri dei parlamenti cantonale e comunali è oggetto di una contestazione legale. I critici sostengono che la modifica costituzionale, approvata di misura, viola i diritti fondamentali, portando davanti ai tribunali la politica del Cantone in materia di religione e cariche pubbliche.

AI24 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Il divieto ginevrino dei simboli religiosi per i politici è contestato in tribunale
AILe News

Quattro ricorsi hanno portato davanti ai tribunali il nuovo divieto ginevrino dei simboli religiosi. La modifica costituzionale impedisce ai membri dei parlamenti cantonale e comunali di indossare simboli religiosi vistosi, tra cui foulard, kippah e croci. Nel giugno 2026, gli elettori l’hanno approvata con appena il 51,5% dei voti, lasciando un Cantone diviso a discutere la questione nelle aule giudiziarie.

I ricorsi sostengono, in linea generale, che la modifica viola il diritto superiore, la libertà di coscienza, i principi democratici e i diritti fondamentali individuali. Tra chi la contesta figurano membri Verdi del parlamento cantonale, cristiani evangelici e un politico locale protestante. L’ultimo ricorso è stato presentato nel settembre 2026 da due privati cittadini, uno musulmano e uno cristiano. Il primo risale al dicembre 2025.

La controversia riguarda più dell’abbigliamento in aula. È una prova per capire se Ginevra possa estendere il suo rigido modello di laicità dello Stato ai parlamentari eletti, che discutono e votano in qualità di rappresentanti della popolazione. Il Governo cantonale si era opposto alla modifica costituzionale. Dopo la sua approvazione alle urne, Carole-Anne Kast, consigliera di Stato socialista ginevrina, ha dichiarato che la misura era incostituzionale.

La Camera costituzionale deve ora dirimere una controversia che intreccia libertà religiosa, rappresentanza elettorale e l’interpretazione distintiva della laïcité propria di Ginevra.

Ginevra estende la laicità all’aula parlamentare

La modifica cambia le regole per i parlamentari eletti, che in precedenza occupavano una posizione particolare nel regime ginevrino di laicità. Dal 2019, i membri del Governo cantonale e degli esecutivi comunali sono tenuti a non esibire simboli religiosi durante lo svolgimento delle loro funzioni ufficiali. Restrizioni analoghe si applicano ai dipendenti pubblici e agli insegnanti.

I parlamentari erano esclusi da queste regole. In una decisione precedente, la Camera costituzionale ginevrina aveva stabilito che i parlamentari eletti rappresentano la società nella sua diversità, e non lo Stato in quanto tale. Questa distinzione è diventata il bersaglio dei sostenitori di un divieto più ampio.

La misura è stata sostenuta dall’Unione democratica di centro, nota a livello nazionale come UDC o SVP, dai Liberali, noti come PLR o FDP, dal Centro e dal populista di destra Movimento cittadini ginevrini. Il parlamento cantonale ha votato a favore dell’inserimento del divieto nella Costituzione, sottoponendo la questione agli elettori poiché era necessaria una modifica costituzionale.

Il risultato ha messo in evidenza il margine elettorale ridotto della misura. Una maggioranza del 51,5% è bastata per modificare la legge fondamentale cantonale, ma l’opposizione è rimasta concentrata tra i partiti di sinistra e i membri del Governo. Le cause che ne sono seguite determineranno come la nuova disposizione si concilia con le tutele della coscienza, della religione e della partecipazione politica.

Una provocazione in parlamento accende il dibattito

Un colapasta indossato in parlamento è diventato il simbolo più visibile della campagna a favore di un divieto più ampio. L’anno scorso Céline Zuber-Roy, parlamentare PLR ginevrina, si è presentata in aula con un colapasta in testa. Il gesto faceva riferimento al pastafarianesimo, una religione satirica creata nel 2005 dal laureato statunitense in fisica Bobby Henderson.

Con questa trovata, Zuber-Roy intendeva sostenere che i simboli religiosi vistosi possono distrarre dal dibattito parlamentare e compromettere l’apparenza di neutralità confessionale dell’aula. Il pastafarianesimo è nato per protestare contro i tentativi di insegnare nelle scuole del Kansas il disegno intelligente accanto alla teoria dell’evoluzione. Henderson sosteneva che, se a una spiegazione soprannaturale non verificabile fosse stato dato spazio in classe, anche un’altra avrebbe potuto rivendicare lo stesso trattamento.

L’episodio ha dato un esempio visivo incisivo a un dibattito costituzionale astratto. I sostenitori della modifica hanno visto nel colapasta la prova che i simboli in parlamento possono attirare l’attenzione. Gli oppositori respingono la premessa più ampia secondo cui i parlamentari dovrebbero rinunciare alla possibilità di esprimere la propria identità religiosa nell’esercizio di un mandato elettivo.

I ricorsi dovranno stabilire se la neutralità in un’aula legislativa richieda restrizioni per i singoli parlamentari e se tali restrizioni possano prevalere sui diritti fondamentali. Le informazioni disponibili non indicano quando i tribunali si pronunceranno.

Il modello laico ginevrino si distingue dagli altri

La versione ginevrina della laïcité affonda le sue radici nel 1907. Da oltre un secolo il Cantone mantiene una rigida separazione tra Chiesa e Stato e applica in alcuni settori pubblici limiti ai simboli religiosi che lo distinguono dagli altri Cantoni svizzeri.

Il principio mira a creare un quadro pubblico neutrale per persone con convinzioni diverse. In pratica, la politica ginevrina ha dato luogo a ripetute controversie su dove inizi la neutralità dello Stato e dove debba prevalere la libertà di coscienza dell’individuo. Le regole del 2019 per i membri del Governo, gli esecutivi comunali, i dipendenti pubblici e gli insegnanti hanno rappresentato un’importante espressione di questa politica.

La modifica parlamentare estende questo approccio ai parlamentari eletti. L’estensione è rilevante perché i parlamentari non sono dipendenti pubblici nominati. Ricevono un mandato tramite elezioni e partecipano a un organo concepito per rappresentare la popolazione. Il ragionamento precedente della Camera costituzionale si fondava proprio su questo ruolo rappresentativo.

Il caso ginevrino è significativo anche oltre i confini cantonali. Il suo modello restrittivo lo avvicina ai dibattiti di lunga data sulla laïcité in Francia, più che all’approccio adottato in molti altri Cantoni svizzeri. Una decisione giudiziaria potrebbe chiarire fin dove possa spingersi un Cantone svizzero quando intende garantire la neutralità pubblica limitando l’espressione religiosa visibile dei rappresentanti eletti.

I tribunali definiranno la portata del divieto

Dopo che gli elettori ginevrini hanno conferito un mandato costituzionale di misura, la prossima mossa spetta ora ai tribunali. Sono stati presentati quattro ricorsi, tutti contestano in linea generale la compatibilità della modifica con il diritto superiore e i diritti fondamentali. Tra i ricorrenti figurano parlamentari Verdi, cristiani evangelici, un politico locale protestante e due privati cittadini, uno musulmano e uno cristiano.

I procedimenti metteranno alla prova più confini giuridici contemporaneamente. Esamineranno la libertà di coscienza, il diritto di partecipare alla vita democratica e il significato della neutralità in un’istituzione legislativa. Riesamineranno inoltre la distinzione giuridica tra i funzionari che incarnano lo Stato e i parlamentari che rappresentano l’elettorato.

L’esito potrebbe influire sul modo in cui Ginevra applica le restrizioni esistenti e su come gli altri Cantoni svizzeri valutano proposte riguardanti l’espressione religiosa nelle cariche pubbliche. Le informazioni disponibili non specificano se il divieto sia attualmente applicato durante l’esame dei ricorsi, né indicano un calendario per la sentenza.

Per Ginevra, la questione immediata è la validità di una modifica costituzionale. Per la Svizzera, il contenzioso costituisce una prova molto seguita di come le istituzioni pubbliche laiche dovrebbero trattare l’identità religiosa visibile quando le persone interessate ricoprono mandati elettivi. Spetterà ora agli atti giudiziari stabilire se il voto di giugno supererà questa prova.