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Swiss Observer

Le assoluzioni per la frana di Bondo mettono alla prova le responsabilità per i pericoli alpini

Un tribunale svizzero ha assolto tutti e cinque gli imputati per la frana di Bondo del 2017, ritenendo che non vi fossero prove chiare che si sarebbe dovuto riconoscere un pericolo imminente o chiudere i sentieri. La sentenza solleva questioni più ampie sulla responsabilità, gli avvisi di pericolo e le decisioni delle autorità in un territorio alpino sempre più instabile.

AI4 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Le assoluzioni per la frana di Bondo mettono alla prova le responsabilità per i pericoli alpini
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Il 4 settembre 2026, i cinque imputati sono usciti dal tribunale assolti dall’accusa di omicidio colposo. La sentenza del Tribunale regionale di Maloggia chiude il procedimento penale per la frana che devastò Bondo nell’agosto 2017, quando otto persone morirono dopo il distacco di una massa rocciosa che riversò detriti nella valle.

Il tribunale ha ritenuto che non vi fossero prove chiare che, nelle settimane precedenti al crollo, si potesse riconoscere l’imminenza di un grave evento. Ha inoltre respinto l’argomento secondo cui gli imputati avrebbero agito con negligenza lasciando aperti i sentieri nella zona di pericolo. Il pubblico ministero aveva chiesto pene pecuniarie con la condizionale per ciascun imputato.

La decisione riguarda anche questioni che vanno oltre i cinque che sono comparsi in tribunale. Si tratta di stabilire come la Svizzera attribuisca le responsabilità quando autorità locali, specialisti e funzionari pubblici devono prendere decisioni in territori che possono mutare senza tempi prevedibili. Bondo si trova in un paesaggio in cui cadute di massi, colate detritiche e versanti instabili fanno parte della gestione quotidiana dei rischi. Il caso ha messo alla prova la questione se gli avvisi e le valutazioni tecniche avessero superato la soglia legale per imporre un intervento. Il tribunale ha concluso che non era così.

Il tribunale esamina la soglia per l’allarme

Le otto vittime hanno posto il tribunale di fronte alla difficile questione della previsione. Il pubblico ministero ha sostenuto che i segnali di pericolo avrebbero dovuto indurre a misure precauzionali più incisive, in particolare alla chiusura dei sentieri nella zona minacciata. I giudici non hanno ravvisato prove sufficienti che i funzionari o il geologo potessero riconoscere l’imminenza di un crollo di grandi dimensioni prima che avvenisse.

Questa conclusione è importante perché, per configurare la negligenza penale, non basta giudicare col senno di poi. Dopo un evento mortale, le decisioni precedenti possono apparire inadeguate, ma il pubblico ministero deve dimostrare che cosa gli imputati sapevano, o avrebbero dovuto sapere, in quel momento. Secondo la sentenza, a Bondo questo criterio non è stato soddisfatto.

Gli imputati provenivano da diverse componenti del sistema di sicurezza pubblica: due funzionari cantonali, un geologo esterno e due rappresentanti del Comune di Bregaglia. I loro ruoli diversi rispecchiano il modo in cui vengono prese le decisioni sui pericoli in Svizzera. I Comuni gestiscono l’accesso locale e gli spazi pubblici. I servizi cantonali forniscono competenze specialistiche e coordinamento. Gli specialisti esterni valutano le condizioni geologiche. La sentenza esclude la responsabilità penale a tutti i livelli, ma lascia aperta la sfida pratica di stabilire quando l’incertezza giustifichi una limitazione dell’accesso.

La chiusura dei sentieri ha un costo per la collettività

La decisione contestata riguardava una misura semplice, ma dalle conseguenze importanti: chiudere i sentieri. Il tribunale ha esaminato in particolare se lasciare aperti i sentieri nella zona di pericolo costituisse negligenza. La risposta è stata negativa, poiché le prove non dimostravano l’esistenza di segnali chiari di un grave evento imminente.

La chiusura dei sentieri ha conseguenze per la popolazione, i visitatori, le imprese e la pianificazione delle emergenze. In un Comune alpino, le autorità devono soppesare le restrizioni all’accesso rispetto a previsioni incomplete e ai costi economici e sociali della chiusura delle vie di passaggio. Una chiusura può proteggere la popolazione, ma un ordine ingiustificato può sconvolgere la vita quotidiana per settimane o mesi. Il caso di Bondo mostra quanto rapidamente, dopo una catastrofe, una decisione amministrativa possa trasformarsi in una questione di responsabilità penale.

La sentenza non elimina la necessità di diramare avvisi o monitorare la situazione. Definisce i limiti delle prove presentate in questo processo. I funzionari hanno comunque bisogno di carte dei pericoli utilizzabili, di chiare linee di responsabilità e di una comunicazione al pubblico che spieghi i motivi delle restrizioni di accesso. Anche le valutazioni geologiche devono tradursi in decisioni comprensibili alla popolazione e ai visitatori. La lezione pratica per le comunità alpine è procedurale: documentare le prove, indicare chi decide e riesaminare la situazione man mano che evolve.

Bondo mantiene alta l’attenzione sui rischi alpini

La montagna di Bondo continua a far parte del paesaggio fisico e politico della comunità. Nel 2018 Swissinfo riferì che il versante aveva ripreso a muoversi un anno dopo la catastrofe, ricordando che la ripresa non termina quando vengono rimossi i detriti o quando inizia un procedimento giudiziario. La minaccia cambia nel tempo, così come le decisioni che le autorità devono prendere.

Secondo notizie correlate citate da Swissinfo, le colate detritiche alpine stanno inoltre diventando più intense e meno prevedibili. Questo contesto accresce la pressione su Comuni e Cantoni affinché migliorino la pianificazione dei rischi senza fingere che ogni evento possa essere previsto con precisione.

Per la Svizzera, la questione non riguarda soltanto un villaggio o una sentenza. Sentieri escursionistici, strade di montagna, linee ferroviarie e insediamenti si trovano sotto versanti instabili in tutte le Alpi. Le autorità devono decidere come comunicare minacce incerte, quando evacuare e come ripartire i costi delle opere di protezione. I tribunali valuteranno queste decisioni a posteriori, sulla base delle prove di ciò che si sapeva al momento. Le assoluzioni di Bondo stabiliscono che un esito tragico, da solo, non basta a provare la negligenza penale. I casi futuri dipenderanno dalla qualità degli avvisi, della documentazione e delle decisioni prese prima che il terreno si muova.

La sentenza lascia ancora lavoro da fare sul piano politico

La sentenza assolve gli imputati, ma il dibattito sulle politiche da adottare resta aperto. Anna Giacometti, una dei cinque imputati e deputata grigionese del PLR, figura tra gli assolti. La decisione del tribunale significa che nessuno degli imputati riceverà la pena pecuniaria con la condizionale richiesta dal pubblico ministero.

La sentenza traccia un confine giuridico per funzionari pubblici e specialisti, ma non risolve la questione di come la Svizzera debba gestire i pericoli alpini incerti. Le autorità devono ancora decidere quali prove giustifichino una chiusura, chi abbia il potere di ordinarla e con quale rapidità la popolazione debba ricevere informazioni attendibili. Queste questioni diventano più importanti quando il movimento geologico è graduale, ma il crollo finale improvviso.

L’esperienza di Bondo continuerà a orientare questo lavoro. I fatti accertati in tribunale sono specifici: otto persone sono morte, cinque imputati sono stati assolti e i giudici non hanno ravvisato segnali chiari di un grave evento imminente prima della frana. Le implicazioni più ampie dipenderanno da come Comuni, Cantoni e geologi applicheranno queste conclusioni ai futuri avvisi. Nelle Alpi, la responsabilità continuerà a essere valutata prima che un versante ceda, sulla base delle decisioni documentate quando il pericolo è ancora incerto.