Svizzera
Il Governo svizzero apre la strada a un divieto nazionale delle pratiche di conversione
Il Consiglio federale sta valutando un divieto nazionale delle pratiche di conversione volte a cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere. La proposta segnerebbe un possibile ampliamento delle protezioni federali contro pratiche dannose.

Le pratiche di conversione sono ancora presenti in Svizzera e un nuovo rapporto ha posto Ginevra e Vaud al centro del dibattito. Pubblicato il 9 settembre 2026 dal Centro intercantonale d’informazione sulle credenze, lo studio documenta tentativi di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale e l’identità di genere in contesti religiosi e spirituali.
L’indagine si basa su 41 interviste, osservazioni e analisi di documenti svolte tra il 2023 e il 2026. Diciotto persone hanno raccontato direttamente ai ricercatori le proprie esperienze. Le testimonianze parlano di danni psicologici duraturi; il rapporto rileva che alcune vittime sono state spinte a pensare al suicidio o a togliersi la vita.
I risultati arrivano mentre il Consiglio federale segnala che la Svizzera potrebbe aver bisogno di una risposta nazionale. Il Governo ha dichiarato di respingere fermamente le pratiche di conversione e di essere disposto a valutare una legislazione nazionale, riconoscendo al contempo che non è ancora possibile misurare con precisione la portata del problema.
Il rapporto offre una base concreta a un dibattito spesso incentrato su casi isolati. Descrive pratiche che possono essere attuate all’interno di comunità, famiglie e reti spirituali informali, spesso senza essere definite «terapie di conversione». Sessioni di preghiera, rituali di esorcismo, letture guidate e terapie energetiche possono rientrare in un più ampio tentativo di imporre l’eterosessualità o un binarismo di genere rigido come unici esiti accettabili.
Le vittime raccontano sensi di colpa e danni duraturi
Il CIC ha raccolto 18 testimonianze personali di pressioni, manipolazioni e tentativi di cancellare l’identità. I ricercatori descrivono un ciclo psicologico che può aggravare la vergogna anziché alleviare il disagio. Le vittime possono iniziare provando un senso di colpa per il proprio orientamento o la propria identità di genere. Quando il cambiamento promesso non si verifica, i responsabili religiosi o spirituali possono presentare questo mancato risultato come segno di fede debole, fallimento morale o scarso impegno personale.
Secondo il rapporto, questo meccanismo può provocare danni profondi e duraturi. Le pratiche di conversione sono associate ad ansia, depressione, diminuzione dell’autostima e relazioni compromesse. Nei casi più gravi, le conseguenze possono includere il suicidio.
Manéli Farahmand, direttrice della ricerca del CIC, ha dichiarato che lo studio «mostra chiaramente» che sia a Vaud sia a Ginevra esistono pratiche volte a cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Il rapporto non considera ogni forma di sostegno religioso o accompagnamento pastorale una pratica di conversione. Si concentra sui tentativi di definire la diversità sessuale o di genere come un disturbo, una ferita o una deviazione da correggere.
Questa distinzione è importante in Svizzera, dove molti interventi avvengono al di fuori delle strutture mediche formali. In contesti informali, le vittime possono non sapere a chi rivolgersi per denunciare gli abusi e può essere difficile raccogliere prove.
I numeri rivelano un fenomeno più ampio
I dati di un sondaggio mostrano che le pressioni a cambiare identità riguardano sia le persone trans sia quelle lesbiche, gay e bisessuali. Secondo lo Swiss LGBTIQ+ Panel, il 15,5% delle persone trans intervistate ha dichiarato di aver subito pressioni per cambiare o reprimere la propria identità di genere. La percentuale era del 9,5% tra le persone lesbiche, gay e bisessuali intervistate che hanno riferito pressioni legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere.
Il rapporto del Consiglio federale afferma che queste esperienze erano particolarmente frequenti durante l’infanzia e l’adolescenza. Le testimonianze menzionano spesso contesti religiosi, ma anche famiglie, scuole e istituzioni sanitarie sono state indicate come luoghi in cui si esercitavano pressioni.
I dati disponibili non forniscono un conteggio nazionale completo. Secondo il Consiglio federale, i dati sono ancora troppo limitati per stabilire quanto siano diffuse le pratiche di conversione in Svizzera. Questa lacuna ha conseguenze politiche. In assenza di dati affidabili sulla diffusione del fenomeno, le autorità preposte all’applicazione della legge e i servizi di sostegno possono avere difficoltà a pianificare le risorse, mentre le vittime possono continuare a considerare le proprie esperienze come episodi isolati.
Il CIC ha rilevato queste pratiche soprattutto in alcuni ambienti evangelici, cattolici tradizionalisti e cristiani carismatici, che riflettono una parte del panorama religioso svizzero. Ha inoltre individuato approcci simili in contesti New Age e spirituali olistici. I metodi variano, ma il presupposto di fondo è lo stesso: la diversità sessuale e di genere è trattata come qualcosa che può o deve essere eliminato.
I divieti cantonali mettono in luce un mosaico giuridico
Il quadro giuridico svizzero resta disomogeneo: tre Cantoni hanno già introdotto divieti e non è ancora in vigore alcuna legge federale. Neuchâtel, Vallese e Vaud hanno adottato restrizioni sulle pratiche di conversione. Ginevra sta valutando un progetto di legge dopo che il CIC ha documentato attività nelle comunità religiose e spirituali del Cantone.
In linea di principio, il Consiglio federale ritiene che le protezioni giuridiche esistenti siano ampiamente adeguate. Le regole professionali vincolano già psichiatri, psicologi e altri operatori sanitari al rispetto degli standard legali ed etici. I presunti trattamenti volti a «guarire» l’omosessualità possono violare i doveri professionali, che siano rivolti ad adulti o minorenni. Anche le associazioni professionali di psicologia e psicoterapia vietano la discriminazione e l’uso improprio dell’influenza religiosa nel trattamento.
Queste garanzie hanno però dei limiti. Molte delle pratiche segnalate avvengono al di fuori delle cure regolamentate, nei gruppi di preghiera, nelle famiglie, nelle scuole o in contesti spirituali informali. Le vittime possono inoltre incontrare ostacoli pratici nel tentativo di dimostrare la coercizione o stabilire chi ne fosse responsabile.
Un divieto federale potrebbe introdurre una definizione uniforme e chiarire l’applicazione della legge in tutto il Paese. Il Governo ha inoltre affermato che una legge lancerebbe un chiaro segnale pubblico. Il Parlamento deve prima conferirgli un mandato. Andrea Caroni, presidente della Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati, potrebbe ripresentare una mozione precedentemente sospesa non prima del quarto trimestre del 2026.
Ora la prossima mossa spetta al Parlamento
La prossima decisione spetta al Parlamento, mentre le organizzazioni di sostegno devono affrontare il compito immediato di aiutare chi ha già subito danni. In risposta ai risultati, il CIC sta sviluppando materiale informativo. I ricercatori affermano che riconoscere l’esistenza delle pratiche di conversione deve essere seguito da un sostegno migliore alle vittime, informazioni più chiare e modalità di accesso all’aiuto facilmente fruibili.
Una legge nazionale non risolverebbe ogni problema. Dovrebbe riguardare le condotte nelle comunità religiose, nelle famiglie, nelle scuole, negli ambienti medici e nella psicoterapia senza criminalizzare le normali convinzioni religiose o il sostegno prestato con il consenso delle persone. Dovrebbe inoltre occuparsi delle pratiche rivolte ai minorenni, che potrebbero avere poca possibilità di opporsi alle pressioni di genitori o responsabili di comunità.
La posizione del Consiglio federale apre la possibilità di introdurre regole coerenti, ma i tempi restano incerti. Il Consiglio degli Stati potrebbe riprendere in esame la mozione sospesa e un’iniziativa parlamentare è possibile verso la fine del 2026. Fino ad allora, le protezioni continueranno a variare da un Cantone all’altro e l’applicazione dipenderà in larga misura dal diritto penale, civile e professionale vigente.
Per Ginevra e Vaud, il rapporto del CIC ha reso tangibile il problema attraverso pratiche documentate e testimonianze di chi è sopravvissuto. Per la Svizzera, ha fornito elementi a un dibattito nazionale su dove finisca l’influenza religiosa, su come valutare il consenso e sulla sufficienza delle protezioni attuali.