Diritti LGBTQ
Il governo svizzero apre la strada a un divieto nazionale delle pratiche di conversione
Il Consiglio federale sta valutando un divieto valido in tutta la Svizzera delle pratiche di conversione, sostenendo che i tentativi di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere possono causare gravi danni. La misura potrebbe sostituire l’attuale mosaico di tutele giuridiche in Svizzera.

Il Consiglio federale ha aperto la strada al primo divieto nazionale delle pratiche di conversione in Svizzera. In un rapporto pubblicato il 4 settembre 2026, il governo ha dichiarato di respingere i tentativi di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona e di valutare una legislazione federale.
La misura fa seguito alla crescente preoccupazione per le differenze tra le tutele offerte nei vari Cantoni. Diversi Cantoni hanno già introdotto restrizioni o si stanno preparando a farlo, mentre il quadro federale resta disperso tra le norme penali, civili e professionali esistenti. Una legge nazionale potrebbe stabilire uno standard uniforme da Ginevra ai Grigioni e chiarire come le autorità dovrebbero intervenire quando le persone sono esposte a interventi coercitivi o dannosi.
Il governo ritiene che le tutele giuridiche attuali siano nel complesso adeguate, ma riconosce che non prevedono un divieto unico e facilmente comprensibile. Afferma inoltre che i dati disponibili non consentono di stabilire con precisione quanto siano ancora diffuse queste pratiche. Questa incertezza non ha convinto il Consiglio federale ad accantonare la questione. Il rapporto rileva un ampio sostegno politico e sociale a un divieto e afferma che un intervento federale potrebbe lanciare un segnale chiaro a istituzioni, professionisti e famiglie.
Il Parlamento deve prima conferire al governo un mandato per procedere. Il processo è quindi ancora in una fase iniziale e il prossimo passo decisivo potrebbe aver luogo in Consiglio degli Stati.
Il sondaggio rileva pressioni in diverse comunità
Il Panel svizzero LGBTIQ+ ha rilevato pressioni a cambiare o reprimere la propria identità sia tra le persone transgender sia tra quelle lesbiche, gay e bisessuali che hanno partecipato al sondaggio. Le percentuali indicate sono del 15.5% tra le persone transgender e del 9.5% tra le persone lesbiche, gay e bisessuali.
I dati del sondaggio conferiscono una dimensione misurabile al dibattito politico, ma mostrano anche perché il Consiglio federale afferma che è difficile determinare la portata complessiva del problema. Le cifre riguardano le persone intervistate che hanno segnalato pressioni, non rappresentano un conteggio completo dei casi in Svizzera. Il governo ha avvertito che i dati esistenti sono limitati e non permettono di stabilire con precisione quanto spesso si verifichino ancora pratiche di conversione.
Le esperienze segnalate erano particolarmente frequenti durante l’infanzia e l’adolescenza. Le persone intervistate hanno descritto pressioni in contesti religiosi, ma sono emersi casi anche in famiglia, a scuola e nelle istituzioni sanitarie. Questi contesti sono rilevanti perché possono comportare autorità, dipendenza o fiducia, rendendo più difficile per una persona giovane rifiutare o denunciare quanto sta accadendo.
Le pratiche descritte nel rapporto possono comportare pressioni psicologiche e manipolazione verbale. Nei casi più gravi, possono includere interventi che ledono l’integrità fisica. La valutazione di un divieto da parte del governo riflette la varietà dei contesti in cui tali condotte possono verificarsi, senza limitare la questione a una sola professione o istituzione.
I contesti e le tutele
Le pratiche di conversione possono verificarsi ovunque una persona in posizione di autorità pretenda di offrire una via d’uscita dalla diversità sessuale o di genere. Il rapporto del Consiglio federale descrive tentativi rivolti contro l’omosessualità, la bisessualità, l’identità transgender e altre forme di diversità sessuale e di genere.
Le condotte possono spaziare dalla consulenza e dalle pressioni verbali a interventi che incidono sull’integrità fisica di una persona. Il rapporto indica come possibili contesti le comunità religiose, le famiglie, le scuole, gli ambienti medici e la psicoterapia. Questa varietà rappresenta una sfida giuridica: un futuro divieto dovrebbe affrontare la coercizione e i danni senza confondere il normale sostegno personale, religioso o terapeutico con i tentativi di reprimere l’identità.
Le norme professionali svizzere fissano già dei limiti. Psichiatri, psicologi e altri professionisti della salute devono rispettare il diritto professionale e gli standard etici. Secondo il rapporto, i presunti trattamenti volti a «curare» l’omosessualità possono violare i doveri professionali, siano essi rivolti a persone adulte o minorenni. Anche le associazioni professionali di psicologia e psicoterapia vietano la discriminazione e l’uso improprio dell’influenza religiosa nel trattamento.
Queste norme offrono già strumenti per interventi disciplinari o professionali, ma non garantiscono necessariamente la stessa portata di un divieto penale o federale specifico. Nel rapporto, il governo include entrambi i sistemi nel dibattito: far rispettare i doveri vigenti e decidere se sia necessario un reato nazionale specifico.
Il Parlamento deve definire il percorso giuridico
Un divieto nazionale sostituirebbe il mosaico di risposte cantonali con un unico quadro federale. Diversi Cantoni hanno introdotto o stanno preparando restrizioni sulle pratiche di conversione. Secondo il Consiglio federale, questa disparità può rendere meno chiare le tutele per chi cerca aiuto e per le istituzioni responsabili della prevenzione degli abusi.
La struttura federale della Svizzera fa sì che i Cantoni mantengano importanti competenze in settori quali la sanità, l’istruzione e l’applicazione della legge. Una norma nazionale dovrebbe definire quali condotte sono vietate, chi può esserne ritenuto responsabile e come le autorità dovrebbero trattare i casi che coinvolgono minorenni. Dovrebbe inoltre integrarsi con la regolamentazione professionale e con le tutele esistenti dell’integrità fisica e psicologica.
Il governo non ha ancora presentato un disegno di legge definitivo. Il rapporto afferma che le tutele giuridiche esistenti sono nel complesso adeguate, pur riconoscendo che un divieto federale specifico potrebbe offrire maggiore chiarezza e lanciare un segnale pubblico più forte. Questa posizione lascia spazio al dibattito sulla portata, sulle sanzioni e sul rapporto tra diritto penale, disciplina professionale e misure cantonali.
Il prossimo passo formale spetta al Parlamento. Una possibilità è riprendere una mozione precedentemente sospesa, che potrebbe essere rilanciata in Consiglio degli Stati. Andrea Caroni, presidente della commissione degli affari giuridici della Camera, potrebbe presentare la proposta non prima del quarto trimestre del 2026.
La Svizzera attende il mandato del Parlamento
Il divieto proposto è ancora un processo in corso, non una legge definitiva. Il Consiglio federale ha espresso la propria posizione, documentato i danni segnalati e individuato un possibile percorso parlamentare, ma il Parlamento deve prima autorizzare il governo a elaborare e portare avanti una legislazione.
Questo processo metterà alla prova la capacità della Svizzera di conciliare un divieto chiaro con le esigenze pratiche dell’applicazione. I parlamentari dovranno valutare se il divieto debba riguardare soltanto le condotte coercitive, come proteggere minorenni e adulti e quali autorità debbano indagare sulle denunce. Dovranno inoltre definire come una norma federale si integrerebbe con le restrizioni cantonali e con gli obblighi professionali già vincolanti per psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e altri professionisti della salute.
Le prove disponibili costituiscono un punto di partenza per il dibattito. Il 15.5% delle persone transgender e il 9.5% delle persone lesbiche, gay e bisessuali che hanno partecipato al Panel svizzero LGBTIQ+ hanno segnalato pressioni a cambiare o reprimere la propria identità o il proprio orientamento sessuale. Il Consiglio federale afferma che i dati sono incompleti, ma tra i danni segnalati figurano ansia, depressione, calo dell’autostima e relazioni sociali compromesse.
Se il Parlamento riprenderà la mozione sospesa, la questione potrebbe passare dal rapporto federale al processo legislativo nel corso del 2026. Fino ad allora, le autorità cantonali e gli organismi professionali restano responsabili dell’applicazione delle tutele già in vigore.