Vai al contenuto
Swiss Observer

La nuova regola sulla «svizzerità», che consente la produzione all’estero, suscita una vasta opposizione

Un nuovo regolamento che consente di utilizzare la croce svizzera su merci fabbricate all’estero incontra una forte opposizione da parte delle PMI e degli elettori. Secondo i sondaggi, quasi il 90% ritiene che la croce debba essere riservata ai produttori nazionali, per timore che il marchio «Svizzera» perda valore.

La nuova regola sulla «svizzerità», che consente la produzione all’estero, suscita una vasta opposizione
AISWI swissinfo.ch

La Svizzera sta vivendo una svolta epocale nella propria identità di marca, che ha scosso le Alpi. Un nuovo e controverso regolamento consente ora di apporre l’iconica croce svizzera su merci fabbricate interamente al di fuori dei nostri confini. Non si tratta soltanto di un ritocco normativo, ma di una ridefinizione fondamentale della «svizzerità» che, secondo i critici, svende il patrimonio nazionale per un vantaggio aziendale a breve termine. L’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale ha dato il via a questa bufera nel marzo 2026, giustificando la misura come un sostegno necessario per contrastare il peso schiacciante di un franco svizzero forte e i dazi statunitensi aggressivi. Consentendo a diciture come «Swiss Design» o «Swiss Engineering» di accompagnarsi all’emblema nazionale, indipendentemente da dove si trovi lo stabilimento, le autorità hanno di fatto separato il marchio dal territorio. La reazione contraria è stata immediata. Quella che doveva essere una boccata d’ossigeno per gli esportatori è stata invece bollata come un tradimento della forza lavoro nazionale. Mentre la croce bianca su fondo rosso comincia ad apparire su prodotti provenienti da Paesi lontani, l’essenza stessa della qualità svizzera si trova ad affrontare una crisi d’identità senza precedenti.

Gli elettori si ribellano alla svalutazione del marchio

Un impressionante 90% dei cittadini svizzeri e degli esercenti chiede un’immediata marcia indietro su questa liberalizzazione dell’uso del marchio. I dati pubblicati dall’istituto Demoscope delineano un Paese compatto nella sua opposizione alle nuove regole. I numeri non lasciano dubbi: quasi nove intervistati su dieci insistono affinché la croce svizzera resti un’esclusiva dei produttori nazionali. Non è una questione puramente sentimentale, ma di fiducia. Il 60% degli elettori afferma che la fiducia nel significato dell’emblema sta diminuendo sensibilmente. Quando la croce diventa un semplice adesivo promozionale invece di una garanzia di provenienza, il marchio «Svizzera» perde il suo valore aggiunto. Sven Reinecke dell’Università di San Gallo avverte che i simboli visivi colpiscono i consumatori più delle parole. Una dicitura può recitare «Designed in Switzerland», ma l’occhio vede la croce e presume che il prodotto sia frutto della maestria svizzera. Confondendo questi piani, il governo sta giocando una partita pericolosa con il più prezioso bene immateriale del Paese, rischiando di svalutare in modo permanente la reputazione della Svizzera nel mondo.

Le PMI alle prese con una concorrenza sleale

Le piccole e medie imprese (PMI) sono la spina dorsale dell’economia svizzera e oggi si trovano sotto assedio. Oltre il 50% dei titolari di aziende giudica il nuovo regolamento «molto dannoso» per le imprese che non delocalizzano la produzione. Queste aziende radicate nel Paese, che pagano salari svizzeri e rispettano rigorosi standard locali, si ritrovano ora sugli scaffali a competere con merci fabbricate all’estero che portano lo stesso marchio d’onore. L’Unione svizzera delle arti e mestieri lancia l’allarme e sostiene che questa politica alimenti una corsa al ribasso. Perché investire nella costosa produzione svizzera quando si può apporre la croce su un prodotto fabbricato altrove a una frazione del costo? Si crea così un perverso incentivo per le aziende a lasciare il Paese mantenendo una facciata «svizzera». L’associazione sta ora facendo pressioni a Berna con rinnovata urgenza e chiede di ripristinare l’esclusività della croce prima che il settore manifatturiero nazionale subisca danni irreparabili. La tensione tra le società globalizzate e gli artigiani locali è arrivata al limite e le PMI non intendono arrendersi senza lottare.

Difendere il futuro dell’innovazione svizzera

Le conseguenze di questo cambiamento nell’uso del marchio vanno ben oltre i bilanci di oggi: minacciano il futuro stesso della Svizzera come polo globale dell’innovazione. La stragrande maggioranza degli intervistati teme che separare la croce svizzera dalla produzione nazionale porti inevitabilmente a una fuga di talenti e tecnologie. Se l’etichetta «svizzero» non richiede più mani svizzere, viene meno l’incentivo a mantenere strutture tecnologicamente avanzate nei Cantoni. Ci troviamo a un bivio. La richiesta dell’Unione svizzera delle arti e mestieri è chiara: ripristinare subito l’esclusività, oppure assistere alla dissoluzione del prestigio «Made in Switzerland» in una merce globale generica. La giustificazione del governo, basata sul franco forte, è sempre più considerata una soluzione miope a una sfida strutturale. Mentre il dibattito torna nelle stanze del potere a Berna, il messaggio dell’opinione pubblica e del mondo economico è forte e chiaro: la croce svizzera non è in vendita. I prossimi mesi determineranno se la Svizzera resterà un baluardo della qualità autentica o diventerà un semplice studio di design per prodotti fabbricati da chi offre il prezzo più basso. L’anima dell’economia svizzera è in bilico.