Svizzera
Un ex collaboratore svizzero allo sviluppo solleva dubbi sul trattamento ricevuto a Gaza
Un ex alto collaboratore locale dell’agenzia svizzera per lo sviluppo a Gaza afferma che la sua famiglia ha subito perdite devastanti dopo gli attacchi del 7 ottobre e che il sostegno e il trattamento ricevuti in seguito hanno sollevato seri interrogativi. Le accuse mettono sotto esame le operazioni umanitarie della Svizzera e il suo dovere di protezione.

Jaser Abu Mousa ricopriva la carica locale più elevata della Svizzera a Gaza. Gestiva programmi di sviluppo, preparava analisi politiche e si occupava delle misure di sicurezza per l’ufficio svizzero e per i diplomatici in visita. Dalla corrispondenza esaminata dalla radiotelevisione pubblica svizzera RTS emerge che i colleghi dell’ufficio della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) a Ramallah lo consideravano un collaboratore fidato e importante della missione.
Il suo racconto mette ora sotto esame le operazioni umanitarie della Svizzera e i suoi obblighi in quanto datore di lavoro. Abu Mousa afferma che l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra che ne è seguita hanno distrutto la sua famiglia. Secondo quanto riferito da RTS, la moglie e due figli sono morti in un attacco aereo israeliano. Lui e i due figli sopravvissuti sono stati evacuati negli Emirati Arabi Uniti con l’aiuto della Svizzera il 7 dicembre 2023.
Il caso è diventato una prova di come la Svizzera tratta il personale locale coinvolto in una zona di conflitto dopo aver lavorato per la politica estera e i programmi di aiuto del Paese. Abu Mousa afferma che l’evacuazione ha permesso ai figli di ricevere cure mediche, ma ha lasciato la famiglia in una situazione di prolungata incertezza. La Svizzera sostiene di aver protetto un dipendente in pericolo immediato e di aver continuato a sostenerlo dopo l’evacuazione. La controversia riguarda la responsabilità rimasta una volta che la famiglia ha raggiunto un Paese terzo.
I figli sopravvissuti ricevono cure ad Abu Dhabi
Due figli sono sopravvissuti all’attacco aereo, ma entrambi hanno avuto bisogno di cure mediche approfondite. Ad Abu Dhabi, il figlio Abdullah è stato sottoposto a diversi interventi chirurgici. La figlia Sham ha ricevuto cure per le ustioni. La famiglia viveva in un campo profughi mentre Abu Mousa cercava una soluzione per ottenere stabilità a lungo termine e uno statuto legale.
Ha raccontato a RTS di aver chiesto ripetutamente all’ufficio della DSC a Ramallah di aiutarlo a ottenere un visto umanitario per la Svizzera. Ha spiegato che il campo offriva un riparo, ma limitava la sua possibilità di lavorare o di costruire un futuro per i figli. Le candidature per un impiego negli Emirati Arabi Uniti non sono andate a buon fine quando i datori di lavoro hanno saputo che non disponeva di un permesso di soggiorno.
Abu Mousa si è recato temporaneamente anche negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio e da lì ha presentato una seconda domanda di visto umanitario. Afferma di aver esaurito tutte le possibilità disponibili per lasciare gli Emirati Arabi Uniti. Secondo il suo racconto, la risposta più dolorosa è arrivata dalla gestione del personale della DSC a Ramallah, che gli avrebbe inviato un messaggio con scritto: «Per lei non c’è alcun visto».
RTS non ha presentato il caso come una constatazione che i funzionari svizzeri abbiano causato le difficoltà della famiglia. Il servizio documenta le accuse di Abu Mousa e la corrispondenza, mentre il Dipartimento federale degli affari esteri e le autorità migratorie forniscono un’interpretazione diversa delle rispettive responsabilità.
Berna difende l’evacuazione e la decisione sul visto
Il Dipartimento federale degli affari esteri afferma di aver adempiuto ai propri obblighi in quanto datore di lavoro. Il portavoce Nicolas Bideau ha dichiarato che la Svizzera ha fatto uscire Abu Mousa da Gaza, ne ha organizzato il trasferimento ad Abu Dhabi e gli ha versato uno stipendio annuo. Ha definito tragica la situazione, insistendo tuttavia sul fatto che il Dipartimento ha protetto il proprio collaboratore.
Il Dipartimento distingue questa responsabilità di datore di lavoro dalla decisione sul visto umanitario. Bideau ha affermato che la Segreteria di Stato della migrazione, abbreviata SEM, ha respinto la domanda perché Abu Mousa si trovava già in un Paese terzo e non era più esposto a una minaccia concreta per la propria integrità fisica o la propria vita. «I criteri sono quindi molto chiari», ha detto.
Questa posizione riflette l’approccio restrittivo della Svizzera in materia di ammissione umanitaria. La SEM ha dichiarato a RTS che di norma tali visti non vengono concessi quando il richiedente si trova già al di fuori del Paese in cui è in pericolo. I suoi dati indicano che dal 2022 la Svizzera ha rilasciato 171 visti umanitari a persone di origine palestinese.
L’argomentazione del governo si basa sulla distinzione fra evacuazione immediata e ammissione a più lungo termine. Il caso di Abu Mousa solleva la questione se tale distinzione tenga adeguatamente conto della situazione di un ex dipendente svizzero la cui famiglia ha subito perdite catastrofiche, i cui figli necessitavano di cure continuative e il cui statuto legale nel Paese ospitante restava incerto.
Il Dipartimento degli affari esteri e la SEM si rimpallano la responsabilità
Gli atti pubblici lasciano la responsabilità divisa fra due istituzioni svizzere. Il Dipartimento federale degli affari esteri afferma che è stata la SEM a decidere di non concedere il visto umanitario. La SEM ha però dichiarato a RTS di avere in questo tipo di casi soltanto un ruolo consultivo e che la decisione spetta alla rappresentanza svizzera all’estero, sotto l’autorità del Dipartimento federale degli affari esteri.
Questo scambio ha creato incertezza su chi abbia preso la decisione determinante e su chi debba risponderne. Il Dipartimento federale degli affari esteri sostiene che la questione del visto rientra nelle competenze della SEM. La risposta scritta della SEM rimanda invece alla rappresentanza svizzera all’estero del Dipartimento. Abu Mousa, dal canto suo, afferma di essersi rivolto alla DSC e al suo ufficio di Ramallah, dove gli ex colleghi conoscevano il suo ruolo professionale e le circostanze familiari.
La controversia amministrativa va oltre una singola domanda. La Svizzera fa affidamento sul personale assunto localmente per interpretare gli sviluppi politici, gestire programmi e valutare i rischi per la sicurezza in luoghi in cui i diplomatici non possono operare da soli. Abu Mousa svolgeva tutte queste funzioni a Gaza. Il suo caso potrebbe quindi influenzare il modo in cui le agenzie svizzere definiscono il sostegno successivo a un’evacuazione, soprattutto quando i collaboratori locali devono affrontare pressioni mediche, legali e familiari dopo aver lasciato una zona di conflitto.
Le informazioni disponibili non dimostrano che le procedure svizzere fossero illegali. Evidenziano però una discrepanza fra le aspettative di protezione della famiglia e l’interpretazione più restrittiva delle autorità riguardo al dovere del datore di lavoro.
Il caso potrebbe ridefinire il dovere di protezione svizzero
La politica svizzera a Gaza sarà giudicata anche dal modo in cui vengono trattate le persone che hanno reso possibile il lavoro del Paese. La DSC si è avvalsa delle competenze locali per gestire programmi di aiuto e sviluppo, analizzare la situazione e proteggere il personale svizzero in visita. Il ruolo di alto livello di Abu Mousa rende la sua esperienza particolarmente rilevante per le future politiche di evacuazione e di dovere di protezione.
Per i responsabili delle decisioni svizzeri, il caso coinvolge diverse responsabilità che si sovrappongono: protezione dei dipendenti, evacuazione d’emergenza, continuità delle cure mediche, decisioni in materia di immigrazione e sostegno alle persone a carico. Il governo afferma che l’evacuazione ad Abu Dhabi e il versamento continuato dello stipendio hanno adempiuto ai suoi obblighi. Il racconto di Abu Mousa mette in luce i limiti pratici di tale sostegno, fra cui l’alloggio in un campo, le limitate opportunità di lavoro e l’assenza di un permesso di soggiorno svizzero.
L’attenzione si concentrerà probabilmente sulla documentazione scritta relativa alla catena decisionale. Questa comprende i messaggi scambiati con l’ufficio di Ramallah, la gestione delle domande presentate dagli Emirati Arabi Uniti e dagli Stati Uniti, nonché le motivazioni fornite dalle autorità svizzere competenti. Una chiara attribuzione delle responsabilità aiuterebbe il Parlamento, gli esperti di aiuto umanitario e il personale locale a valutare se le procedure esistenti siano adeguate ai rischi del lavoro a Gaza.
Il caso ha anche un costo umano che le categorie ufficiali possono nascondere. Una famiglia evacuata da un pericolo immediato può continuare a trovarsi in una situazione di precarietà medica, legale e finanziaria. La risposta della Svizzera influirà sulla fiducia dei collaboratori palestinesi e degli altri partner locali che continuano a sostenere la presenza umanitaria del Paese.