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Swiss Observer

Un ex collaboratore svizzero allo sviluppo solleva interrogativi sul sostegno a Gaza

Un ex alto funzionario locale dell’Agenzia svizzera per la cooperazione allo sviluppo a Gaza sostiene che la Svizzera abbia abbandonato lui e la sua famiglia dopo la distruzione della loro casa e la morte di alcuni familiari. Il caso merita un’analisi attenta e basata sulle prove, poiché tocca il ruolo umanitario della Svizzera e il suo dovere di protezione nei confronti del personale locale.

AI4 settembre 2026Il nostro processo editoriale
Un ex collaboratore svizzero allo sviluppo solleva interrogativi sul sostegno a Gaza
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Jaser Abu Mousa era il principale responsabile locale dell’operazione svizzera a Gaza quando la guerra ha sconvolto la sua famiglia. L’ex dipendente dell’Agenzia svizzera per la cooperazione allo sviluppo gestiva programmi nell’enclave, preparava analisi politiche e si occupava della sicurezza dell’ufficio e dei diplomatici svizzeri in visita. La corrispondenza esaminata dalla radiotelevisione pubblica svizzera RTS indica che i colleghi dell’ufficio della DSC a Ramallah lo consideravano un professionista fidato e influente.

Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, la situazione di Abu Mousa è cambiata completamente. Un attacco aereo israeliano ha ucciso la moglie e due dei loro figli. I due figli sopravvissuti, Abdullah e Sham, sono stati evacuati con lui negli Emirati Arabi Uniti il 7 dicembre 2023, con l’aiuto della Svizzera. Abdullah ha subito diversi interventi chirurgici, mentre Sham è stata curata per le ustioni.

Il caso pone ora sotto esame il ruolo umanitario della Svizzera. Abu Mousa afferma che l’evacuazione non ha risolto l’insicurezza della sua famiglia né gli ha dato una possibilità concreta di ricostruirsi una vita. Mentre viveva ad Abu Dhabi, dove la famiglia alloggiava in un campo per rifugiati, ha chiesto un visto umanitario per la Svizzera. Le sue accuse riguardano sia la decisione in sé sia il modo in cui le istituzioni svizzere hanno trattato un ex dipendente che aveva ricoperto importanti responsabilità a Gaza.

Una richiesta di visto si scontra con una condizione di rifugiato precaria

Abu Mousa afferma di aver chiesto per mesi alla Svizzera un visto umanitario dopo essere arrivato ad Abu Dhabi. Ha raccontato a RTS che l’alloggio della famiglia in un campo per rifugiati gli sembrava una reclusione. Le sue candidature per un impiego negli Emirati sono state respinte quando i datori di lavoro hanno saputo che non aveva un permesso di soggiorno. In seguito si è recato temporaneamente negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio e da lì ha presentato una seconda domanda di visto umanitario.

Il suo racconto si concentra sulle ripetute richieste rivolte all’ufficio della DSC a Ramallah. Dice che talvolta i superiori gli consigliavano di chiedere un visto in Germania, dove vive sua sorella. Ricorda inoltre di aver ricevuto un messaggio dal responsabile del personale della DSC con scritto: «Per lei non c’è nessun visto.» Il servizio presenta queste affermazioni insieme alla corrispondenza visionata da RTS, ma non dimostra che ogni scambio o raccomandazione abbia violato il diritto svizzero.

La posta in gioco concreta era considerevole. Abu Mousa aveva perso la casa e alcuni familiari stretti, mentre i figli sopravvissuti avevano bisogno di cure mediche. Dipendeva ancora da uno statuto temporaneo in un Paese terzo e non riusciva a trovare un impiego regolare. La sua denuncia va quindi oltre l’esito di una singola domanda di visto. Solleva interrogativi sul sostegno che la Svizzera deve al personale locale esposto a rischi straordinari nello svolgimento della politica estera svizzera in una zona di conflitto.

Le autorità bernesi forniscono versioni diverse

Il Dipartimento federale degli affari esteri afferma di aver agito in qualità di datore di lavoro e di aver adempiuto alle proprie responsabilità. Il portavoce Nicolas Bideau ha dichiarato che la Svizzera ha fatto uscire Abu Mousa da Gaza, lo ha portato ad Abu Dhabi e ha continuato a versargli uno stipendio annuale. Ha definito tragica la situazione, sottolineando al contempo che la Svizzera applica norme restrittive per l’ammissione di persone nel Paese.

Bideau ha detto che la decisione sul visto umanitario spettava alla Segreteria di Stato della migrazione, o SEM. Ha sostenuto che il criterio determinante consiste nel verificare se, al momento della decisione, la vita o l’integrità fisica del richiedente siano esposte a una minaccia concreta. Secondo Bideau, poiché Abu Mousa era già stato evacuato da Gaza, i criteri indicati non erano soddisfatti.

La SEM conferma che in genere non viene rilasciato un visto umanitario quando il richiedente si trova già in un Paese terzo e non è più esposto al pericolo immediato che ha motivato la richiesta. Afferma che dal 2022 la Svizzera ha rilasciato 171 visti umanitari a persone di origine palestinese. Le descrizioni delle istituzioni riguardo al processo decisionale, tuttavia, non coincidono del tutto. Il Dipartimento degli affari esteri attribuisce il rifiuto alla SEM. La SEM sostiene invece che, per un ex dipendente del Dipartimento degli affari esteri, la decisione spetta alla rappresentanza svizzera all’estero, previa consultazione. Lo scambio riferito lascia le responsabilità ripartite tra diverse autorità.

Il caso porta alla luce il dovere di protezione

La controversia mette alla prova il modo in cui la Svizzera definisce il proprio dovere di protezione dopo aver evacuato personale locale da una zona di guerra. La posizione del Dipartimento degli affari esteri si concentra sulla protezione fornita durante l’emergenza acuta: evacuazione, trasferimento ad Abu Dhabi e continuazione del pagamento dello stipendio. Il racconto di Abu Mousa si concentra su ciò che è seguito, tra cui lo statuto giuridico temporaneo della famiglia, le necessità mediche e l’impossibilità di costruirsi una vita stabile negli Emirati.

Le due posizioni possono essere valutate solo disponendo di tutta la documentazione relativa alle domande di visto, ai consigli forniti dai funzionari svizzeri e alla ripartizione formale delle competenze tra il Dipartimento degli affari esteri, la sua rappresentanza all’estero e la SEM. Il servizio disponibile non riporta le domande complete né una valutazione giudiziaria definitiva. Mostra però che Abu Mousa non era un collaboratore esterno qualsiasi: era un alto funzionario locale, le cui analisi e il cui lavoro in materia di sicurezza sostenevano la presenza svizzera a Gaza.

Per la politica svizzera, il caso ha implicazioni che vanno oltre una singola famiglia. Il personale locale garantisce spesso la continuità e l’accesso che le missioni estere non possono assicurare da sole. La sua protezione può comprendere evacuazione, stipendi, assistenza medica, statuto di soggiorno e spiegazioni chiare delle decisioni. Il caso Abu Mousa mette queste responsabilità agli atti e lascia le autorità svizzere di fronte a interrogativi su chi decide, chi comunica la decisione e quale sostegno resta disponibile dopo che un dipendente ha raggiunto un luogo sicuro.