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Una ricerca svizzera sostiene la teoria di un antico campo magnetico lunare
Ricercatori del Politecnico federale di Zurigo e di altri istituti svizzeri affermano che un tempo la Luna generava un proprio campo magnetico. La loro analisi dei dati delle sonde sostiene la teoria secondo cui i movimenti nel nucleo lunare alimentavano un antico geodinamo.

Almeno 10 microtesla: è l’intensità minima stimata dai ricercatori svizzeri per il campo magnetico della Luna 4,2 miliardi di anni fa. Uno studio condotto da ricercatori del Politecnico federale di Zurigo e di altri istituti svizzeri dà nuovo peso alla teoria secondo cui la Luna giovane alimentava un proprio geodinamo, un processo simile a quello che genera il campo magnetico terrestre.
I risultati sono stati pubblicati il 23 settembre 2026 su Science Advances. Il gruppo ha esaminato le misurazioni gravitazionali e magnetiche raccolte da sonde in orbita attorno alla Luna, concentrandosi sulla regione di Dewar, sul lato nascosto. I dati indicano la presenza di una struttura geologica sepolta, più densa e fortemente magnetizzata.
Il risultato è importante perché oggi la Luna non ha un campo magnetico globale. Gli scienziati discutono da tempo se ne abbia mai avuto uno, e i campioni di roccia delle missioni Apollo hanno fornito prove contraddittorie. La nuova analisi porta una diversa linea di evidenza, raccolta dall’orbita, e collega la traccia magnetica alla storia interna della Luna.
Il campo terrestre protegge il pianeta dalle particelle cariche trasportate dal vento solare. L’antico campo lunare era più debole, ma l’intensità stimata avrebbe reso la Luna un ambiente molto diverso nelle prime fasi della sua storia.
Un nucleo più piccolo, un potente antico dinamo
Oggi il campo terrestre è di circa 50 microtesla, mentre quello lunare antico raggiungeva almeno 10 microtesla, secondo lo studio. Il campo della Luna in passato aveva quindi un’intensità pari a circa un quinto o un terzo di quella del campo terrestre attuale.
Il meccanismo ipotizzato è un geodinamo. Sulla Terra, il ferro liquido, conduttore di elettricità, si muove nel nucleo esterno. Questo movimento genera correnti elettriche, che a loro volta creano un campo magnetico esteso ben oltre il pianeta. Il processo è simile a quello di una dinamo da bicicletta, che trasforma il movimento in elettricità.
L’analisi svizzera sostiene la possibilità che anche i movimenti all’interno della Luna primordiale mantenessero attivo un processo simile. Non permette però di stabilire ogni dettaglio di questi movimenti interni. Il nucleo lunare è molto più piccolo di quello terrestre e, secondo i ricercatori, non è ancora chiaro come potesse generare un campo di tale intensità.
Questa incertezza mantiene i risultati nell’ambito del dibattito scientifico in corso. Lo studio avvalora l’esistenza di un antico dinamo, ma lascia aperte domande sulla composizione, la temperatura e i movimenti del nucleo. Misurazioni più precise dell’interno lunare potrebbero stabilire se il campo sia durato milioni di anni o abbia seguito un andamento più complesso.
I dati delle sonde aprono una finestra sul sottosuolo di Dewar
Sotto la regione di Dewar, sul lato nascosto della Luna, si trova una struttura larga circa 60 chilometri e profonda fino a 9 chilometri, secondo il modello elaborato sulla base delle misurazioni delle sonde. La formazione sembra più densa della crosta lunare circostante e fortemente magnetizzata.
I ricercatori hanno combinato i dati gravitazionali e magnetici con informazioni geochimiche e sulla topografia. Nel loro insieme, questi indizi suggeriscono che la struttura sia composta da magma solidificato, residuo di un complesso vulcanico sotterraneo. Il suo contenuto di ferro contribuisce a spiegare perché abbia conservato una traccia magnetica nel corso del tempo geologico.
La posizione è significativa. La regione di Dewar si trova al di fuori delle aree esposte in cui gli scienziati possono esaminare direttamente il materiale lunare. Essendo sepolta, la struttura ha dovuto essere ricostruita attraverso misurazioni a distanza, anziché tramite campionamenti sul posto.
Il gruppo ha preso in considerazione anche una spiegazione alternativa: che la magnetizzazione fosse stata causata dall’impatto di un meteorite di grandi dimensioni. I ricercatori hanno escluso questa possibilità. L’interpretazione che resta collega le rocce magnetiche all’evoluzione vulcanica e interna della Luna, rafforzando l’ipotesi di un campo generato in profondità nel corpo lunare primordiale.
Il modello resta un’interpretazione basata su misurazioni indirette. Missioni future potrebbero verificarne la struttura geologica e accertare se sul lato nascosto esistano altre formazioni magnetizzate simili.
La Svizzera prepara la prossima verifica della teoria
I campioni delle missioni Apollo hanno lasciato gli scienziati con prove contraddittorie, perciò la scelta del gruppo svizzero di studiare le misurazioni orbitali segna un importante cambiamento di metodo. Invece di considerare singole rocce come una testimonianza completa del passato lunare, i ricercatori hanno modellizzato il sottosuolo di un’ampia regione sulla base dei dati gravitazionali e del campo magnetico.
Questo approccio si inserisce nel più ampio interesse svizzero per lo studio dell’interno lunare. I ricercatori del Politecnico federale di Zurigo stanno inoltre sviluppando piani per usare cavi in fibra ottica sulla Luna, così da misurare i lunamoti e fare luce sulla struttura del sottosuolo. Le osservazioni sismiche potrebbero offrire una verifica indipendente dei modelli della crosta, del mantello e del nucleo.
Lo studio sul campo magnetico va quindi oltre una singola formazione geologica. Offre agli scienziati un modo per collegare la storia della superficie lunare alle dinamiche interne, compresi il vulcanismo antico e il raffreddamento del nucleo. Mostra inoltre come i dati raccolti da sonde in orbita possano rispondere a domande che i soli campioni non permettono di risolvere.
Per il Politecnico federale di Zurigo e la comunità svizzera di ricerca spaziale, i risultati rafforzano l’argomento a favore di missioni che combinino cartografia orbitale, strumenti sismici e, in futuro, nuove raccolte di campioni. Ogni metodo indagherebbe un diverso strato della storia lunare e contribuirebbe a chiarire perché il suo dinamo sia infine scomparso.
Le prove indicano la prossima missione
La storia magnetica della Luna potrebbe orientare la prossima generazione di studi lunari, anche se il campo è scomparso molto tempo fa. La conferma dell’esistenza di un geodinamo offrirebbe ai ricercatori una testimonianza più chiara di come la Luna si sia formata, raffreddata e trasformata dopo le turbolente fasi iniziali.
La scoperta è importante anche per le future esplorazioni. Cartografare le antiche rocce magnetizzate può aiutare a individuare obiettivi geologici per i lander e la raccolta di campioni. Strumenti sismici, indagini gravitazionali e sensori magnetici potrebbero essere impiegati insieme per verificare la struttura ipotizzata sotto Dewar e cercare formazioni correlate su tutto il lato nascosto.
La Svizzera non dispone di una base di lancio, ma le sue università e i suoi istituti di ricerca contribuiscono con competenze specialistiche in scienze planetarie, strumentazione e analisi dei dati. Il lavoro del Politecnico federale di Zurigo sulla fibra ottica lunare mostra come i ricercatori svizzeri si stiano preparando a missioni che richiedono misurazioni precise, non soltanto grandi apparecchiature.
Lo studio non chiude il dibattito sul nucleo lunare. Definisce una base probatoria più solida: un antico campo di almeno 10 microtesla, una formazione magnetizzata nel sottosuolo e nessuna necessità di invocare un impatto gigantesco. Le prossime misurazioni determineranno quanto a lungo la Luna si sia comportata come un piccolo pianeta attivo.