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Swiss Observer

L’élite ginevrina nel mirino di una serie di violenti «homejacking»: crescono le preoccupazioni per la sicurezza

Un’ondata di violente rapine in abitazione ai danni dei superricchi nella regione del Lemano ha spinto le autorità a rafforzare le misure di sicurezza, mentre questa serie di reati minaccia la reputazione della regione come luogo sicuro.

L’élite ginevrina nel mirino di una serie di violenti «homejacking»: crescono le preoccupazioni per la sicurezza
AISWI swissinfo.ch

La leggendaria tranquillità di Ginevra si sta sgretolando: un’ondata di violenti «homejacking» sta trasformando le idilliache rive del Lemano in un campo di battaglia ad alto rischio. Mentre il numero complessivo delle rapine è diminuito del 20%, gli attacchi mirati contro ville di lusso occupate sono in aumento: lo scorso anno a Ginevra sono state registrate ben 18 incursioni di estrema violenza. Non si tratta più di semplici furti, ma di irruzioni violente e pianificate, durante le quali i residenti vengono tenuti sotto tiro nelle proprie case. Tra le vittime figurano i grandi nomi dell’industria, come banchieri privati e trader di materie prime, ma anche leggende dello sport come Alain Prost, quattro volte campione di F1. L’impatto psicologico è enorme: proprio coloro che alimentano l’economia svizzera si ritrovano a guardarsi le spalle nel luogo in cui dovrebbero sentirsi più al sicuro. Il messaggio è chiaro: la «Gold Coast» non è più intoccabile.

Predatori meticolosi prendono di mira l’1% più ricco

Un impressionante 70% delle imprese locali ritiene che la sicurezza nella regione sia peggiorata, e i dati danno ragione alle loro preoccupazioni. Non si tratta di reati d’occasione, bensì di operazioni condotte con precisione chirurgica. Secondo quanto riferito, bande provenienti persino da Marsiglia e reti serbe specializzate usano i social media per individuare i bersagli, seguendo gli orologi di lusso, le auto di fascia alta e le abitudini familiari prima di colpire. In un episodio agghiacciante, il figlio adolescente di un trader di materie prime è stato rapito durante la fuga dei malviventi e rilasciato solo pochi istanti prima che questi attraversassero la frontiera. La violenza è in aumento: le casseforti vengono scassinate sotto la minaccia delle armi e i familiari riportano ferite mentre i criminali pretendono di accedere immediatamente ai beni liquidi. Questo modus operandi organizzato denota un grado di sofisticazione che le forze di polizia tradizionali non sono attualmente attrezzate per affrontare, trasformando le tracce digitali dei ricchi in una mappa per le irruzioni nelle loro abitazioni.

La crisi della frontiera porosa

La lunga e porosa frontiera svizzera con la Francia è diventata la via di fuga ideale per le organizzazioni criminali internazionali. Le indagini hanno collegato almeno sette attacchi di rilievo a cittadini francesi e serbi, che approfittano dell’assenza di controlli sistematici dei passaporti per dileguarsi nell’UE pochi minuti dopo un colpo. L’ambasciata francese sostiene che la cooperazione transfrontaliera sia «costante e agile», ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia. La pressione politica aumenta: la deputata vodese Florence Bettschart-Narbel ha lanciato l’allarme sulle minacce all’attrattiva della Svizzera a livello internazionale. Le autorità si affrettano ora a introdurre sistemi avanzati di riconoscimento delle targhe e una videosorveglianza potenziata, ma per molti queste misure arrivano troppo tardi e sono insufficienti. La facilità con cui i criminali attraversano la frontiera impone un difficile dibattito sul compromesso tra libera circolazione europea e sicurezza nazionale.

Un rifugio sicuro sotto assedio

La posta in gioco non potrebbe essere più alta: la reputazione della regione del Lemano come rifugio internazionale per i superricchi è direttamente minacciata. Grandi istituzioni come Pictet e Trafigura hanno già espresso le loro preoccupazioni al governo, temendo che il perdurare di un vuoto in materia di sicurezza spinga talenti e capitali verso piazze più sicure, come Singapore o Dubai. In risposta, le enclavi dei più abbienti si stanno muovendo in autonomia, assumendo guardie del corpo private e fortificando le abitazioni con tecnologie di livello militare. Questa privatizzazione della sicurezza crea però un contrasto stridente in un Paese che fa della coesione sociale un motivo di orgoglio. Poiché l’1% più ricco detiene il 45% del patrimonio nazionale, la sua protezione non è soltanto una questione privata, ma anche un pilastro del modello economico svizzero. Se Ginevra non riuscirà a garantire la sicurezza dei suoi residenti più in vista, le fondamenta stesse della sua reputazione di «rifugio sicuro» potrebbero iniziare a sgretolarsi. I prossimi mesi saranno una prova decisiva per la capacità delle forze dell’ordine svizzere di riprendere il controllo delle strade.