ETH di Zurigo
La ricerca dell’ETH di Zurigo rivede le origini dell’asteroide Bennu
L’analisi della polvere riportata dall’asteroide Bennu dalla missione OSIRIS-REx della NASA suggerisce che l’asteroide si sia formato vicino al confine del ghiaccio d’acqua nel Sistema solare, e non nelle sue regioni più remote. Secondo i ricercatori del Politecnico federale di Zurigo (ETH), i risultati rivedono le ipotesi sulle origini di Bennu e sulla struttura iniziale del Sistema solare.

Mezzo grammo di polvere asteroidale spinge gli scienziati a riscrivere la storia delle origini di Bennu. I ricercatori dell’ETH di Zurigo hanno analizzato il materiale portato sulla Terra dalla missione OSIRIS-REx della NASA e hanno trovato prove chimiche che indicano come Bennu si sia probabilmente formato vicino al confine in cui, nel giovane Sistema solare, l’acqua poteva congelare trasformandosi in ghiaccio. Il risultato mette in discussione l’ipotesi di lunga data secondo cui l’asteroide si fosse formato molto più lontano, nella fredda regione associata alle comete.
Nel 2023 la NASA ha riportato 120 grammi di campioni di Bennu. Il laboratorio della professoressa Maria Schönbächler dell’ETH ne ha ricevuti soltanto 0,5 grammi, ma anche questa piccola quantità conteneva indizi risalenti alle prime fasi del Sistema solare. Il gruppo ha esaminato le tracce di ferro, titanio e cromo, elementi che conservano informazioni sull’ambiente in cui si è accumulato per la prima volta il materiale costitutivo dell’asteroide.
I risultati, pubblicati su Science Advances e presentati dall’ETH di Zurigo il 24 settembre 2026, vanno oltre Bennu. Offrono un quadro riveduto di come il materiale si muovesse nel giovane sistema planetario e di come corpi contenenti acqua e composti organici potessero formarsi più vicino al Sole di quanto ipotizzato dagli scienziati.
Le tracce chimiche localizzano Bennu
Le impronte chimiche provengono da tre elementi: ferro, titanio e cromo. Le loro tracce relative nella polvere di Bennu indicano una formazione in una zona di transizione vicino al confine del ghiaccio d’acqua del Sistema solare, spesso chiamato linea della neve. Questa regione segnava una netta separazione nel disco planetario primordiale. Al di là di essa, l’acqua poteva rimanere congelata e diventare parte del materiale che si aggregava formando corpi più grandi.
In precedenza, gli scienziati situavano le origini di Bennu nelle regioni esterne del Sistema solare, associate alla formazione delle comete e di altri oggetti ghiacciati. L’analisi dell’ETH avvalora l’ipotesi di un ambiente primordiale più dinamico e mescolato. La polvere poteva attraversare il giovane disco prima di essere incorporata nel corpo progenitore dell’asteroide.
Questa interpretazione è importante perché Bennu è un oggetto ricco di carbonio e contenente acqua. La sua composizione registra gli ingredienti disponibili nelle prime fasi della formazione dei pianeti. Per decifrare queste tracce servono campioni minuscoli e misurazioni estremamente sensibili. Il gruppo di Schönbächler ha usato il materiale riportato sulla Terra per collegare la chimica degli elementi al luogo di formazione di Bennu, offrendo ai ricercatori un nuovo modo di verificare i modelli sulla formazione del Sistema solare.
Giove ha plasmato le rotte della polvere
Giove potrebbe aver fatto da barriera al traffico nel giovane Sistema solare. I ricercatori dell’ETH ipotizzano che il gigante gassoso si sia formato abbastanza presto da ostacolare il movimento dei solidi più grandi. Il materiale grossolano faceva fatica ad attraversare la regione attorno a Giove, mentre la polvere fine proveniente da diverse parti del giovane disco planetario continuava a raggiungere una vicina zona di transizione.
Questo processo potrebbe aver creato una riserva di materiale con composizione chimica mista. La polvere è poi entrata a far parte dei precursori di Bennu, combinando materiale proveniente da più di una regione del Sistema solare primordiale. Il modello attribuisce a Giove un ruolo strutturale nell’architettura del sistema planetario, oltre a quello ben noto di pianeta più grande.
La scoperta mostra anche perché i campioni di asteroidi siano importanti. Le osservazioni telescopiche possono rivelare la superficie di un oggetto, ma i granelli riportati sulla Terra permettono ai laboratori di esaminare direttamente le tracce degli elementi. La missione OSIRIS-REx della NASA ha così trasformato Bennu in un archivio fisico. L’analisi dell’ETH di Zurigo si serve di questo archivio per verificare in che modo barriere, trasporto e mescolamento abbiano plasmato i corpi che sono poi diventati asteroidi e pianeti.
Bennu collega la chimica degli asteroidi alla Terra
Bennu contiene due ingredienti centrali nella storia delle origini della Terra: acqua e materiale organico. L’asteroide non offre una testimonianza diretta della vita e i risultati dell’ETH non stabiliscono come la Terra abbia acquisito i suoi oceani o la sua chimica biologica. Rafforzano però l’importanza di studiare gli asteroidi primitivi come depositi di materiale proveniente dall’epoca formativa del Sistema solare.
Se Bennu si è aggregato vicino al confine del ghiaccio d’acqua, corpi contenenti composti volatili potrebbero essersi formati in una regione più vicina al Sole rispetto a quanto previsto dai modelli precedenti. In seguito, gli spostamenti potrebbero aver trasportato parte di questo materiale attraverso il sistema planetario. Questi percorsi sono importanti per gli scienziati che studiano come la Terra abbia ricevuto acqua e composti contenenti carbonio durante le prime fasi del suo sviluppo.
Per la Svizzera, la ricerca mette in luce la portata internazionale della scienza nazionale. Un piccolo campione analizzato in un laboratorio dell’ETH di Zurigo può contribuire a definire modelli che riguardano l’intero sistema planetario. Il lavoro mostra inoltre come le missioni guidate dalla NASA dipendano da laboratori specializzati in tutto il mondo per interpretare il materiale una volta giunto sulla Terra. La polvere di Bennu è diventata una risorsa di ricerca condivisa, alla cui ricostruzione più ampia della storia planetaria contribuiscono anche le misurazioni svizzere.
Le missioni future metteranno alla prova il modello
Il passo successivo consiste nel verificare se le tracce chimiche di Bennu corrispondano a un quadro più ampio. Un solo asteroide non può risolvere tutte le controversie sul Sistema solare primordiale. I ricercatori dovranno confrontare il materiale di Bennu con campioni provenienti da altri corpi primitivi, meteoriti raccolti sulla Terra e osservazioni di asteroidi lontani. Ogni confronto può mostrare se la zona di transizione fosse un luogo di formazione locale o parte di un sistema di mescolamento molto più esteso.
Il risultato dell’ETH offre anche un obiettivo più preciso per le missioni future. Gli scienziati possono ora chiedersi se altri asteroidi ricchi d’acqua presentino le stesse tracce di ferro, titanio e cromo e se la loro composizione riveli legami simili con la formazione precoce di Giove. Queste misurazioni potrebbero affinare i modelli su come i pianeti abbiano acquisito i loro ingredienti.
I risultati inseriscono la Svizzera in un impegno internazionale tuttora in corso per decifrare i materiali più antichi del Sistema solare giunti fino a noi. La NASA ha fornito i campioni, l’ETH di Zurigo ha effettuato analisi specialistiche e i risultati sono stati pubblicati su Science Advances. La storia di Bennu continuerà a evolversi man mano che i laboratori esamineranno altro materiale riportato sulla Terra. Per ora, pochi granelli hanno cambiato la mappa del luogo in cui è nato questo asteroide.